Andrea Camilleri, La mossa del cavallo. © 1999, RCS Libri S.p.A. Milano. Scansione di roy Peliz. Trama. La vicenda narrata da Andrea Camilleri in questo romanzo prende liberamente spunto dagli appunti di Leopoldo Franchetti per la sua inchiesta sulle condizioni socio-economiche della Sicilia nel secolo scorso. Giovanni Bovara, ispettore capo ai mulini di Montelusa, "un siciliano che parla genovese", è testimone dell'uccisione di un prete. Poche ore dopo aver reso la sua deposizione, viene arrestato e accusato proprio dell'omicidio denunciato. Questo drammatico rovesciamento dei ruoli costringe il protagonista a una mossa imprevista che spiazza l'avversario e infine gli salva la vita. Giovanni Bovara è cresciuto a Genova dove ha imparato l'italiano e il dialetto locale, quel genovese, lingua "materna" e dunque lingua dell'infanzia, che "a macchie" viene fuori nei momenti di maggior intensità emotiva del suo parlare. Accusato di un crimine non com- messo, Giovanni dovrà combattere per affermare la propria innocenza e ci riuscirà solo recuperando il suo dialetto, il siciliano, e con esso il modo di pensare dei suoi padri. Questa è la mossa che gli darà la vittoria. Romanzo storico ambientato nella Vigàta, "il centro più inventato della Sicilia più tipica", di fine Ottocento dove l'intreccio a sfondo poliziesco si scioglie grazie all'uso del dialetto siciliano, La mossa del cavallo ci consegna in forma di narrazione una straordinaria dichiarazione di poetica "in atto" e allo stesso tempo una sconcertante e paradossale storia di sopraffazioni antiche e attualissime, di manipolazioni continue della realtà che rendono difficile l'accertamento di verità individuali e collettive. Andrea Camilleri (Porto Empedocle, Agrigento, 1925) vive a Roma. È sceneggiatore e regista teatrale e televisivo. Ha esordito nel 1978 con Il corso delle cose (ripubblicato da Sellerie nel 1998). Ha scritto quattro romanzi polizieschi am- bientati a Vigàta, un'immaginaria cittadina siciliana, e con protagonista il commissario Montalbano: La forma dell'acqua, Il cane di terracotta, Il ladro di merendine, La voce del violino, tutti editi da Sellerie, e una raccolta di racconti: Un mese con Montalbano (Mondadori). Si svolgono invece nella Vigàta della seconda metà dell'Ottocento i romanzi: La stagione della caccia, Il birraio di Preston, Un filo di fumo, La concessione del telefono. Ai quali si aggiungono i libri: La bolla di componenda, La strage dimenticata e Il gioco della mosca (pubblicati da Sellerie). "Il cavallo è l'unico pezzo del gioco che può scavalcare gli altri. Si muove in un modo davvero speciale, disegnando una U: prima di due caselle in orizzontale o in verticale, come una torre, e poi di una casella a destra o a sinistra. Un particolare da non dimenticare: un cavallo che muo- ve da una casella nera arriva sempre in una casella bianca. Al contrario, un cavallo che muove da una casella bianca arriva sempre in una casella nera. Il cavallo può scavalcare qualunque pezzo." A. Karpov, II manuale degli scacchi. Sabato 1 settembre 1877. «Dominivobisco.» «Etticummi spiri totò» risposero una decina di voci sperse nello scuro profondo della chiesa, rado rado pun- teggiato da qualche lumino e da cannile di grasso fetente. «Itivìnni, la missa è.» Ci fu una rumorata di seggie smosse, la prima messa del matino era finita. Una fìmmina ebbe una botta di tosse, patre Artemio Carnazza fece una mezza inginocchiata davanti all'altare maggiore, scomparse di prescia nella sa- crestia dove il sacrestano, morto di sonno com'era sempre, l'aspettava per aiutarlo a spogliarsi dai paramenti. I fedeli abituali della prima messa lasciarono tutti la chiesa, cizziòn fatta di donna Trisìna Cicero, la fìmmina che aveva tussi- culiàto, la quale se ne risto in ginocchio, sprofondata nella preghiera. Donna Trisìna s'appresentava alla prima messa da una quindicina di matine, non era difatti canosciuta come chiesastrica, in chiesa compariva solamente la dome- nica e le sante feste comannàte. Si vede che le era capitato di fare piccato e ora voleva farsi pirdonare dal Signiruzzo. Donna Trisìna era una trentina mora, con gli occhi verdi sparluccicanti e due labbra rosse come le fiamme dell'in- ferno. Mischineddra, era rimasta vìdova da tre anni. Da allora si vestiva tutta di nìvuro, a lutto stretto, lo stesso però gli omini quando che la vedevano passare facevano cattivi pinsèri, tanta grazia di Dio senza che ci fosse un màscolo a governarla. Ma in paìsi c'era chi sosteneva che quel campo era stato invece arato e abbondantemente seminato da almeno due volenterosi: l'avvocato don Gregorio Fasùlo e il fratello del delegato, Gnazio Spam- pinato. Donna Trisìna aspettò che il sacrestano se ne niscisse dalla chiesa, poi si fece la croce, si susì e s'avviò verso la sacristìa. Trasì cautelosa. La luce primentìa del giorno le bastò per assicurarsi che nel locale non c'era anima criàta. Proprio allato al grande armuàr di piscipàino dove stava- no i paramenti, una porticina s'apriva su una scala di legno che portava al quartino in dove che il parrino ci aveva abi- tazione. Patre Artemio Carnazza era un orno che stava a mezzo tra la quarantina e la cinquantina, rosciano, stacciùto, ama- va mangiari e bìviri. Con animo cristiano era sempre pron- to a prestare dinaro ai bisognevoli e doppo, con animo pagano, si faceva tornare narrè il doppio e macari il triplo di quello che aveva sborsato. Soprattutto, patre Carnazza amava la natura. Non quella degli aciddruzzi, delle pico- relle, degli àrboli, delle arbe e dei tramonti, anzi di quel tipo di natura egli altissimamente se ne stracatafotteva. Quella che a lui lo faceva nèsciri pazzo era la natura della fìmmina che, nella sua infinita varietà, stava a cantare le lodi alla fantasia del Criatore: ora nìvura come l'inca, ora rossa come il foco, ora bionda come la spica del frumento, ma sempre con sfumature di colore diverse, con l'erbuzza una volta alta che sontuosamente oscillava al soffio del suo fiato, un'altra volta corta corta come appena falciata, un'altra volta ancora fitta e intrecciata come un cespuglio spinoso e sarvaggio. Sempre si maravigliava quanno che ne vedeva una nova, perché nova novissima era veramente con tutto il suo particulare da scoprire, da percorrere cen- tilimetro appresso centilimetro fino alla grotticella càvuda e ùmita dintra alla quale trasìre a lento a lento, adascio, che doppo era la grotticella istessa ad afferrarti stretto, a inser- rarti le sue pareti intorno, a portarti fino al fondo più fon- do in dove che stimpagna l'acqua di vita. Donna Trisìna acchianò la scala di legno un piede leva e l'altro metti, attenta a non fare rumorata perché il legno, di gradino in gradino, aumentava di scrùscio, faceva come un lamento. «Meglio accussì» le aveva spiegato il parrino «pirchì se qualichiduno mi viene a cercare, io lo sento che sta arri- vando.» Intanto che donna Trisìna acchianava, patre Carnazza si era levato la tonaca e sopra la maglia e le mutanne aveva indossato la vistaglia che gli era stata rigalata da una delle sue parrocciane, di seta rossa e arriccamata d'oro che man- co il vìscovo. Visto che il parrino non stava nella càmmara di man- giare (doppo la prima messa faceva colazioni con mezzo litro di latte di capra e mezza dozzina d'ova fritte), donna Trisìna s'accostò alla porta della càmmara di letto e taliò dintra, sporgendo appena la testa. Le persiane erano acco- state, ma trapelava la luce di una giornata che avrebbe por- tato calura. Non vide a nisciuno manco lì. Si fece pirsuasa che patre Artemio era stato necessitato a chiudersi nel cammarìno di còmmodo per dare soddisfazione a un biso- gno naturale. Avanzò d'un passo. E il parrino, che stava riparato darre la porta tenendo il respiro, niscì di colpo, l'abbrancò per di dietro, la spingi contro il letto, l'obbligò a mettersi affacciabbocconi. Donna Trisìna riniscì a non fare voci per lo scanto che si era pigliata, ma quanno sentì la mano libera di patre Artemio (l'altra gliela teneva pre- muta sulla schiena per mantenerla ferma nella posizione) decisamente infilarsi sotto la gonna, la controgonna e la fodetta per calarle le mutanne, reagì gridando un «no!» secco come una scopettata. Il parrino parse non averla sen- tita, respirava accussì forte che pareva gli dovesse venire un sintomo da un momento all'altro. Donna Trisìna capì che la posizione nella quale il parrino la teneva era assai perigliosa, isò un piede e sparò un càvucio all'urbigna. Pigliato in pieno nei cabasisi, patre Artemio lassò la presa e si piegò in due, la bocca spalancata a cercare aria. Trisìna ne approfittò per susìrisi dal letto e riaggiustar- si il vestimento. «Ci dissi di no!» fece arraggiata. «Ci dissi che l'atto in- tero non lo voglio fare! Ancora càvudo nella tomba è il pòviro marituzzo mio!» Patre Carnazza era ancora intordonuto per il dolore, ma alle parole di donna Trisìna si sentì acchianare il sangue alla testa. «Ma che minchiate mi vieni a contare! Macari Lazzaro doppo due jorna di tomba feteva! Che mi vieni a dire di càvudo e càvudo doppo che quel grandissimo cornuto di to' marito è morto da tre anni!» Senza degnarlo di una parola di risposta, la fìmmina tornò nella càmmara di mangiari, pigliò una seggia, s'as- sittò. Il parrino, doppo tanticchia, fece l'istesso: se Trisìna non se n'era andata sdignata, veniva a dire che le trattative potevano continuare. Quella storia durava da una decina di jorna, Trisìna doppo la messa s'appresentava nel suo quartino, ma appe- na che lui ci metteva una mano sopra quella s'arrivoltava come la vipera che era. Quant'era beddra, però, la piperà! Non ci sapeva resistere. Si fece persuaso che ancora una volta, per ottenere qualiche cosuzza da lei, doveva pagare. Fino a quel momento, la taliàta di una minna nuda gli era costata cento grammi di cafè bono; la taliàta di tutt'e due le minne nude, trecento grammi di zùccaro; una vasa- ta senza lingua, mezzo chilo di farina; una vasata con la lin- gua, un chilo di pasta fina di Napoli; una vasata con la lin- gua e le due minne nude, tre tazzine di porcellana e relati- ve sottotazze; una passata di mano a leggio a leggio sopra le minne nude, un cucchiarino di vero argento; una vasata per ogni capezzolo, un rotolo di tela matapollo finissima per fare camicie. Trisìna era fìmmina di agevole stato, il marito le aveva lasciato case e terreni, ma aveva, in primi- si, un istinto di gazza latra e, in secùndisi, una testa di vera buttana alla quale piaceva farsi pagare. "Questa troia mi sta spogliando la casa" pinsò amara- mente il parrino "e mi permette di traffichiare solo nei suoi piani alti!" E fu allora che gli venne l'idea di come alloggiare meglio in quei piani alti. Trisìna intanto si taliàva torno torno. «Quant'è bello quel lume!» sclamò. E lo contemplò con le labbra mezzo aperte, che si vede- va la punta della lingua. A quella vista, il fiato del parrino sonò come un mantice. «Ti piace?» «Essi» fece Trisìna tirando fora la lingua e passandosela sopra le due vampe di foco ch'erano le sue labbra. Si era lec- cata, proprio come una gatta davanti a un pezzo di carne. «E io te l'arregalo. Mi chiange il core pirchì è un ricor- do caro. Apparteneva a mia sorella Agatina che il Signiruz- zo si chiamò.» «E io lo voglio» fece la fìmmina con la boccuccia stret- ta, a culo di gaddrina. «Prima però facciamo un joco» disse il parrino, comin- ciando a mettere in posta l'idea che gli era venuta. «Quali joco? Non ho gana di giocare.» Patre Carnazza si susì, raprì una porticeddra, scompar- se dintra la dispensa dove ci teneva la robba di mangiari e di bìviri. «Lo sapi, parrì» fece Trisìna ad alta voce. «Una casa affittai, quella di Vigàta, quella quasi a ripa di mare.» «Ah, sì? E a chi?» spiò il parrino tornando nella càm- mara e tenendo la mano dritta darre la schina. «Il sinsàle mi disse che serve a un forastèri, il novo ispettori capo ai molini. Travaglia ccà, a Montelusa. Io di pirsòna non lo canoscio.» Patre Carnazza, con un sorrisino, le mostrò quello che aveva pigliato dalla dispensa. Trisìna taliò, certamente era- no frutti, ma non li aveva mai veduti prima. «Banane, si chiamano» spiegò il parrino. «Stanno in Africa. Me le portò aieri doppopranzo un amico mio che navica. Una me la mangiai. Una cosa di paradiso. E con queste due ci facciamo il joco che ti dissi.» S'assittò davanti alla fìmmina, sbucciò una banana. Appena ch'ebbe finito, Trisìna allungò la mano. Il parrino la scansò. «Ti civo io» disse «come si fa con i picciliddri.» Obbediente, Trisìna serrò gli occhi e raprì la voccuzza. Patre Carnazza le introdusse delicatamente tra le labbra la punta della banana che la fìmmina decapitò di netto. Il parrino sussultò. Trisìna mastichiò, agliuttì, raprì gli occhi. «Ancora.» Finita la banana, si mostrò delusa. «Chisto era il joco?» «No, ora lo facciamo» rispose il parrino pigliando la banana che aveva posata sul tavolo e principiando a sbuc- ciarla «io ora mi suso e mi metto davanti a tia con la bana- na in mano. Tu te ne resti assillata con gli occhi serrati. Tu devi dare una volta un morso alla banana e un'altra volta invece una bella vasata. Se sbagli, se dai due vasate o due morsi di seguito, paghi pegno. E il pegno lo stabilisco io. Se c'inzerti, ti regalo il lume.» «E va bene» fece Trisìna, serrando gli occhi e inumi- dendosi le labbra con la lingua. Aveva capito benissimo il joco del parrino. A pensare ai denti che Trisìna aveva, patre Carnazza sudò freddo: se quella si sbagliava, sarebbe stato un guaio grosso. Lo "scrafaglio merdarolo" di nome scientifico si viene a chiamare "scarabaeus sacer", ma di sacro non ha proprio niente, tiene l'abitudine di fare pallottuzze di merda, d'o- rno o d'armalo non ha importanza, che poi se le rotola infi- no alla tana, gli servono per mangiarsele mentre che c'è l'invernata. I montelusani, che avevano la particolarità d'assegnare la giusta 'ngiuria a ogni persona che gli veniva a tiro, avevano di subito chiamato "scrafaglio merdarolo" l'intendente di Finanza La Pergola commendator Felice il quale, a stare a quanto si contava, appena gli veniva passa- ta la mazzetta, rapidamente l'appallottolava e se la mette- va in sacchetta per andarsela a nascondere in casa, dato che non risultava avesse deposito di denaro in nisciuna delle due banche di città. Tra le tante pallottuzze di merda che l'intendente si era intanato nei cinque anni di servizio a Montelusa, le più grosse e sostanziose erano state quelle fornite prima dall'ispettore capo ai mulini Tuttobene Gerlando, scomparso in mare durante una solitària partita di pesca e mai più ritornato a riva, e doppo dal suo suc- cessore Bendicò Filiberto, questo sì ritrovato, ma dintra a un vallone e mezzo mangiato dai cani, astutato da un col- po di lupara. In seguito a questi luttuosi eventi, assai restìo chi avrebbe dovuto succedere ai due ex ad occuparne il posto, il direttore generale che stava a Roma aveva deciso di spe- dire a Montelusa un ispettore capo dotato di tutti gli attri- buti per rimettere le cose a posto. Al solo vederselo davanti questo novo ispettore capo, lo scrafaglio merdarolo capì di subito due cose. La prima era che si stava avvicinando una grandissima carestia di merda e la seconda era che con quell'orno bisognava pro- cedere con cautela, attento a misurare la parola. Giovanni Bovara, più che un impiegato della pubblica amministrazione, pareva un militare di carriera in borghe- se. Era un quarantino coi capelli a spazzola e baffi lunghi curatissimi, abito scuro di stoffa bona, dritto nel persona- le. Aveva occhi cilestri, chiari chiari. Al commendator La Pergola fece 'ntipatia. Calò gli occhi sulle carte che aveva davanti tenendo con una mano il pince-nez. "Un sorcio cieco" lo qualificò Bovara che ignorava l'al- tra 'ngiuria. «Lei risulta essere nato a Vigàta, a pochi chilometri da qui.» «Sì.» «Dalle note personali si evince che lei, di tre mesi appe- na, è stato portato a Genova dove suo padre aveva trovato lavoro.» «Sì.» «A Genova ha studiato, si è guadagnato il diploma di ragioniere, ha fatto un concorso nell'Amministrazione, l'ha vinto e ha brillantemente prestato servizio a Modena, Bologna e Reggio Emilia.» «Sì.» «È scapolo?» «Sì.» «Come ha trovato la casa di Vigàta che le ho fatto pro- curare dal sensale?» «Non ho ancora avuto tempo d'andarci.» «Ci andrà in giornata?» «No. Stasera resterò in albergo qui, a Montelusa. Mi trasferirò domattina con calma. Ho pensato fosse mio dovere, appena arrivato, prima di tutto presentarmi al mio superiore.» «Mi dicono che nemmeno in Emilia la situazione è tranquilla.» «Già.» «Manco qui c'è da scherzare, carissimo. La tassa sul macinato, diciamocelo a quattrocchi, è invisa.» «Già.» Il commendator La Pergola decise di cangiare discorso sperando di non sentire ancora "sì" e "già" da quella pala di ficodindia. «Lei c'è già stato in Sicilia? Da adulto, intendo.» «No.» «Come certamente saprà, per svolgere il suo lavoro ispettivo, lei ha diritto a una carrozza con relativo gnuri.» «Prego?» «Lei non parla il nostro dialetto?» «L'ho quasi del tutto dimenticato.» «Allora lei è un siciliano che parla genovese» disse l'in- tendente stringendo gli occhietti e facendo una risatella che alle orecchie di Bovara suonò come uno squittìo. "È proprio un sorcio cieco" pensò. E non rispose. «Gnuri da noi significa cocchiere» spiegò l'intendente. E continuò: «Naturalmente è una spesa che questo officio prowe- derà a rimborsarle previa documentazione.» «Non penso d'averne bisogno.» «Dello gnuri? Pardon, del cocchiere?» «Della carrozza.» «Ah, no? E come farà a muoversi?» «A cavallo. Cavalco abbastanza bene.» «Be', sa, non parlando il nostro dialetto, potrebbe in- contrare qualche difficoltà a orientarsi.» «Cercherò di farcela.» «C'è da considerare che potrebbe fare qualche cattivo incontro...» «Sono armato. Ho il porto d'arme.» «E se piove?» «Mi bagnerò.» «Senta, carissimo, non pensi che in Sicilia ci sia sempre il sole, come vogliono far credere. Qui, quando piove, diluvia.» «Mi scusi, commendatore. È proprio quando piove che si ottengono i migliori risultati dalle ispezioni. Nessuno se le aspetta col cattivo tempo.» «Già» fece a sua volta l'intendente, pinsòso. Pinsòso per due motivi: uno, doveva far sapìri subito all'avvocato Fasùlo, perché ne riferisse a chi di ragione, che il novo ispettore aveva intinzione d'andarsene campa- gne campagne macari col malottempo e che perciò anda- vano messi all'allerta tutti i mulinari della provincia; due, che il novo ispettore capo, nel giro di qualche simanata, sarebbe stato ritrovato in un vallone mezzo mangiato dai cani come il compianto Bendicò. «Giacché ci sono, vorrei vedere l'officio che mi è stato assegnato.» Quello voleva pigliare subito possesso dell'officio, gli brusciava il culo di principiare a fare danno, aveva gana d'autopsia. «La faccio accompagnare. Poi, con comodo, faremo due chiacchiere.» «Ha da darmi ordini?» «Ordini? Per carità! Consigli, semmai. Utili per uno come lei che non è stato mai in Sicilia.» Naturalmente, gli era stato assegnato l'officio al secon- do piano già appartenuto a Bendicò e, in precedenza, a Tuttobene. A Giovanni venne l'impulso di toccarsi per scongiuro, ma si vergognò del pensiero. Era una camera spaziosa con un grande balcone dal quale si vedeva la campagna con alberi di mandorli e d'o- livi. In un angolo, la pressa del copialettere, nella parete di mancina un alto casellario serrato a chiave, ma con la chia- ve nella toppa. Poi c'erano lo scagno, un piccolo canapè, due poltrone, tre sedie. A Giovanni fece impressione il disordine delle carte sparpagliate non solo sullo scagno, sulle poltrone, sul canapè, sulle sedie, ma anche per terra. Si voltò a guardare l'usciere Caminiti. «Come mai questo disordine?» «Eh!» «Che significa?» «Significa che nisciuno ci vole mettere mano nelle car- te del cavaliere Bendicò» disse Caminiti. E precisò: «Ni- sciuno dell'Intendenza». «E perché?» L'usciere fece un sorrisino che irritò Giovanni. «Rispondete, invece di sorridere scioccamente.» «Cillenza, capace che se uno mette la mano in queste carte viene muzzicàto da qualiche armalo vilenoso.» «Armalo?» «Sissi, bestia vilenosa. Qualiche tarantola ballerina, qualiche vìpira... armali accussì.» «State scherzando?» «Nonsi, cillenza. Io non sgherzo, non babbìo mai. E macari vossia ci deve stare attento a queste carte... Non ci conviene smurritiàrle. Vossia ci fa tanti pacchi e doppo io li porto fora ad abbrusciare. Mi spiegai?» «No, non vi siete spiegato» disse brusco Giovanni licenziandolo. Un usciere imbecille era proprio quello che ci voleva. Ma come poteva credere che una bestia velenosa avesse fatto la tana tra le carte di un officio pubblico? Questa, si ripromise, l'avrebbe scritta a lalla Giovanna. Si sarebbe messa a pancia in terra per il gran ridere. «Io gli sparo a quel grannissimo garruso di parrino!» esplose Memè Moro appena messo piede fora dal Tribuna- le. L'avvocato Losurdo l'afferrò per un braccio. «Si calmasse, don Memè.» «Si calmasse una minchia! Io gli sparo a quel cornuto di patre Carnazza, quant'è vero Cristo inchiovato alla croce!» «Parlasse più piano, don Memè, la possono sentire.» «Me ne stracatafotto se mi sentono!» Memè Moro aveva appena perso l'ultima causa contro so' cuscino, il parrino Carnazza, cugino per parte di matre. Era una questione d'eredità che si strascicava da una deci- na d'anni. A lento, causa appresso causa, patre Carnazza si era pigliato quello che Memè Moro aveva creduto gli appartenesse di diritto, terreni e case. «Vedrà che il lodo sul fondo Pircoco sarà a nostro favo- re» tentò di calmarlo l'avvocato. «Per quanto io ne capisca di legge, stavolta non c'è dubbio...» «Lei, avvocato, di legge ne capisce quanto una capra! Lei, avendo perso tutte le cause, per il fondo Pircoco ha voluto fare ricorso al lodo arbitrale. E lo sa come andrà a finire? Che me lo metteranno in culo con tanto di lodo!» «Andiamoci a pigliare un cafè» propose l'avvocato. Non gli piaceva che la gente che trasìva e niscìva dal Tribunale sentiva come il suo assistito la pensava sulla sua assistenza. Memè Moro manco gli rispose e s'allontanò. «Lo sparo! Lo sparo come si merita!» Lo andava proclamando all'urbi e all'orbo. E la gente si voltava a taliàrlo. Ancora sabato 1 settembre 1877. Capì che non gli sarebbe stato possibile entrare in quel- la stanza lunedì, quando avrebbe dovuto pigliare servizio, se non la metteva immediatamente in ordine. «Potete andare a comprarmi un po' di pane, un pezzo di formaggio e un bicchiere di vino?» Caminiti lo taliò ammammaloccùto. «Chi fa, vossia? Ccà si metti a mangiari?» «Sì. È proibito?» «Comu voli voscenza. Chi cacio formaggio addesìde- ra? Tumazzo?» «Quello che volete.» Giovanni liberò una sedia e sedette sconsolato, met- tendosi a guardare torno torno. Da dove cominciare? For- se sarebbe stato utile dare un'occhiata, sia pure di prescia, a quelle carte. Pigliò un foglio a caso, iniziò a leggere. Dopo un quarto d'ora tornò Caminiti con un cabarè di metallo sul quale c'erano una forma intera di pane, una fet- ta di formaggio pecorino, un'altra fetta di formaggio col pepe, un dolce di ricotta, una bottiglia di vino rosso già stappata, un bicchiere. «Eh, quanta roba! Quanto avete speso?» «Nenti.» «Come niente?» «Scinnìi nella trattoria quassotto, ordinai, dissi che ser- viva per il novo ispettori capo dei molini. Allora uno, ch'e- ra assittato con altri signori, disse che pagava lui ogni cosa.» «E voi, Cristo santo, avete accettato?» «E che potevo fare io, mischineddru? Quello don Cocò Afflitto era!» «E chi è?» «Uno.» «Bene» disse Giovanni «ora pigliate il vassoio così com'è, lo riportate giù, ringraziate quel signore e tornate indietro.» «E chi fa? Non mangia cchiù?» «Mangerò stasera.» Caminiti si strinse nelle spalle. «Vossia, mi perdonasse, è uno che se la va a cercari.» Andato via l'usciere, Giovanni continuò a scorrere ra- pidamente le carte. Tutt'insieme gli venne un pensiero. Possibile che Bendicò lavorasse in officio con tutta quella confusione attorno? Caminiti doveva essere tornato, lo chiamò ad alta voce. «Ai cumanni, cillenza.» «Avete riportato giù la roba?» «Certo, cillenza.» «E che ha detto quel signore... come si chiama?» «Don Cocò Afflitto. Nenti, che doveva diri? Si è mes- so a rìdiri. Pirsòna di spirito è don Cocò.» «Sentite una cosa: Bendicò lavorava così?» «Accussì comu?» «Non lo vedete questo disordine?» «Ah, no. Il cavaliere Bendicò pirsòna ordinalissima era.» «E allora chi è stato?» «Mah... vìnniro genti... don Ciccio La Mantìa... l'avvo- cato Fasùlo...» «Sono funzionari dell'Intendenza?» «Cu?» «Questi che avete appena nominato, La Mantìa, Fa- sùlo...» «Ma quanno mai!» «Allora chi sono?» «Non lo saccio chi sono.» «Ma se sapete come si chiamano?» «E che viene a dire? Una cosa è sapìri comu si chiama una pirsòna e una cosa è sapìri cu è.» «Perché li avete fatti entrare?» «Me l'ordinò sua cillenza il signor intendente.» Quattro ore c'impiegò a fare ordine tra le carte. Le aveva divise in due grossi mucchi: nel primo ci aveva messo lettere private, fogli di giornali, appunti incomprensibili, abbozzi di risposte a ricorsi; nel secondo aveva accatastato documenti, promemoria, rapporti che stimò degni di una rilettura. Gnà Pippineddra Camastra non era parrocciana di pri- ma messa di patre Carnazza, era invece una fidele dell'An- giulus. Con la sua cummàre Nitta Fragalà, che invece in chiesa ci faceva casa e putìa, si vidivano perciò alla finzió- ni della sera e facevano un pezzo di strata 'nzemmula dato che le loro case erano vicine di vicolo. «C'è chista fìmmina ca non mi persuade» attaccò quel- la sera gnà Nitta. «Quali fìmmina, cummà?» «Di nomu mi pari ca fa Trisìna Cicero.» «La canoscio. Vìdova è. S'avìa maritato a don Arminio che era sissantìno e lei manco vintìna. Arminio aveva perso la testa pi sta picciotta. E pirchì non vi pirsuade, cummà?» «In chiesa, prima, non cumpariva mai. Ora fanno una quinnicina di jorna ca s'appresenta a la prima messa e dop- po se ne trase in sacristìa.» «Ahi ahi» fece gnà Pippineddra. Le due cummàri canoscevano com'era fatto il parrino Carnazza in quanto a pelo fimminìno, ma non ci portava- no scannalo: l'orno è orno e tale resta macari se porta i ve- stimenta di lu Papa. E po', che dicivano l'antichi che baz- zicavano con la sapienzia? Dicivano: "Monaci e parrini sentici la missa e steccaci li rini." Che veniva a significare che i parrini servivano solo per sentirci dire la santa messa, doppo si poteva spezzarci la schina. «E si-donna Romilda?» spiò gnà Pippineddra. «Mah» fece gnà Nitta. «A la matina non compare cchiù.» «Be'» disse gnà Pippineddra «vi devo lassare, cummà. Mi venne a mente ca devo ancora fare una cosa.» Quello che aveva appena saputo dalla cummàre Nitta voleva di subito andare a contarlo a so' figlia Catarina che faceva la cammarèra in casa di si-donna Romilda. Si-donna Romilda, mogliere del ricevitore postale Brucculeri cavalier Arturo, era la fìmmina che, prima del- la comparsa di donna Trisìna, usava trasìre in sacristìa appena finita la prima messa. Guardò fuori della finestra, verso la campagna, e s'ac- corse che il sole era a filo d'orizzonte. Gesù! Quanto tem- po ci aveva impiegato a mettere in ordine le carte? «Caminiti!» L'usciere non rispose. Allora s'affacciò alla porta. «Caminiti!» A so voxe reciòcca into corridò veuo. O va inderré, o piggia il campanello ch'o Tèa sciortio d'in mézo a-i pape. O l'à sunnòu. O l'aspèta. Caminiti manco stavolta si fece sentire. Uscì into corridò, squasxi a-o scùo e tornò a scuo- tere o sunaggin. Tutte e pòrte di offigi éan averte, ma no si fece avanti nisciun a domandàghe còs'o fava. O s'è affer- mòu in mézo a-o corridò e, con un gerto nervosismo, o l'à torna scrollòu o sunaggin. Ti me veu dì che quello sciòllo de'n porte o s'è ascordòu de le e o l'à serròu drente inte l'Intendensa? O fa atri dò trei pasci, o s'afferma torna e gli venne in mente quell'incontro a Reggio Emilia. In sciò fa da sèia, con un amigo, o l'aiva visto passa pe stradda corn- ute un monego con unna sottann-a grixa, o scappusso tiòu zù a crovìghe tutta a faccia, dòi pertusi da-i euggi. In man o gh'aiva un sunaggin e o fava sunna de longo. «A che ordine appartiene?» aveva domandato, curioso. «Non è un frate, è un lebbroso.» Tenendo stretto nel pugno il campanello per non farlo più suonare, tornò di corsa nel suo officio. Intravide un'om- bra vicina allo scagno, si bloccò Impaurito. «Chi c'è?» «E chi ci devi èssiri? Caminiti sono.» «Vi ho chiamato un sacco di volte!» «A fare un bisogno ero.» Giovanni gli indicò le carte, il mucchio più alto. «Quelle potete portarle via.» «Le abbruscio?» «Sì.» «Bene fece, cillenza.» Agguantò, faticando, mezzo mucchio, uscì, tornò, pi- gliò l'altro mezzo, uscì, tornò, fece per prendere il secon- do mucchio che era assai meno alto del primo. «Quelle no.» «No?» «Le voglio guardare domani.» «Male fece» disse Caminiti. S'avviò verso la porta, dopo due passi, si voltò. «Dumani disse?» «Sì, domani. Perché?» «Pirchì dumani è domìnica. Si lo scordò?» «Ah, già. Sarà per lunedì. Arrivederci, Caminiti.» «Voscenzabinidica.» Per arrivare all'albergo, il Gellia, doveva camminare per tutta via Atenea, che tagliava a metà la città. La strada era piena di gente. Notò tre giovanetti che gli venivano incontro, fini, vestivano tutti e tre da grandi, paglietta e bastoncino da passeggio, e si scappellavano, inchinandosi a dritta e a manca. Parevano marionette tirate da invisibili fili. Ormai faceva scuro. Appena entrato in albergo, il portiere l'avvertì ch'era venuto a cercarlo il delegato Spampinato, desiderava par- largli con urgenza. Se non lo scomodava troppo, poteva passare un momento in delegazione? Il delegato l'avrebbe aspettato fino alle nove di sera. Si fece spiegare dove sta- va la delegazione: a pochi passi dall'Intendenza. Tanto valeva sbrigare subito la faccenda. Salì nella sua camera, si dette una lavata, uscì di nuovo. In via Atenea incontrò ancora i tre giovanetti, continuavano a scappellarsi a dritta e a manca. Quando Giovanni entrò nell'officio del delegato Spampinato, ci trovò due uomini. Tutti e due erano inten- ti a lavori di scavo e asporto. Quello seduto dietro lo sca- gno aveva l'indice della mano destra dentro il naso; l'altro, che stava a cavalcioni di una sedia, si puliva i denti col- l'unghia del mignolo che teneva lunghissima. L'impressio- ne che Giovanni ebbe del delegato fu che si trattava di un uomo ordinario il quale faceva di tutto per sembrarlo di più: trasandato, la giacca macchiata non si sa di che, le bra- ghe sbottonate. Era grasso e sudava. L'altro era invece un tipo segaligno, aveva i denti di un cavallo. «S'accomodasse» fece il delegato senza manco accen- nare ad alzarsi. E indicando l'altro: «Questo è me' frati Gnazio.» Giovanni non voleva stare in presenza di quei due un minuto di più dello stretto necessario e perciò rimase in piedi. «Voleva vedermi? Mi dica.» «Lo sa che il signor questore un grandissimo liscebus- so mi fece?» «Non ho capito quello che le ha fatto il questore. Co- munque, la faccenda mi riguarda?» «Essi. O almeno l'arriguarderà. Trattasi che il signor questore m'arrimprovera d'avere lasciato quella gran testa di minchia, parlandone da vivo, del suo ex collega Bendicò senza scorta doppo che c'era stata qualche littera anonima.» «Non capisco ancora perché la questione debba riguardarmi.» Il delegato Spampinato non rispose subito, squatrò il forestèri dalla testa ai piedi e arrivò alla conclusione che quell'ispettore, con tutta l'ariata di superiorità che si dava, gli stava propriamente sui cabasisi. «L'arriguarda perché, appena che lei lunedì piglia ser- vizio, mi deve fare sapìri in quali molini andrà a farci l'i- spezione.» «Nemmeno per sogno.» «Taliàsse: io devo, per ordine superiore, preparare un servizio di sorveglianza sopra di lei. Accussì, se putacaso la sparano, io non ci ho responsabilità.» Giovanni lo guardò e non disse niente. «Sentisse bene, signor ispettore. Il suo ex collega Tut- tobene è stato sicuramente ammazzato e fatto mangiare ai pisci che lui invece si voleva mangiare. L'altro suo collega Bendicò è stato sparato e i cani l'hanno fatto a pezzi. Sono stato chiaro?» «Chiarissimo. E le ripeto: nemmeno per sogno.» «Si può sapìri pirchì?» «Certamente. Io, d'abitudine, le ispezioni le decido la sera avanti. E non comunico a nessuno la mia destinazio- ne. Se qualcuno ne venisse a conoscenza potrebbe, sia pure incautamente, lasciarsi sfuggire qualche informazio- ne con estranei. E allora addio sorpresa.» «Quindi mi pare di capire che noi non conosceremo in precedenza indove che le passerà per la testa d'andare?» «Ha capito benissimo.» Il delegato fece una smorfia. «E pacienza. Se una sira non torna a casa, la verremo a cercare in qualche vallone.» Il segaligno scoppiò a ridere continuando a pulirsi i denti. Spampinato s'infilò nuovamente il dito nella nasca. Evidentemente il colloquio era terminato. Giovanni uscì senza salutare. «Gnazio» fece il delegato rivolto a so' frati. «Vai di cor- sa dall'avvocato Fasùlo e digli che l'ispettori non si mangiò l'esca. E digli macari che mi scusasse con don Cocò: io il possibile feci.» Dopo aver parlato col sensale ch'era venuto ad accor- darsi per il trasloco della mattina seguente, Giovanni man- giò in albergo. Triglie freschissime della vicina Vigàta. E siccome era uomo con il gusto della forchetta, il malumo- re per l'incontro avuto col delegato gli passò del tutto. Se ne salì nella sua stanza, si spogliò, si lavò, aprì la valigia dove teneva la camicia da notte. A letto, gli tornarono in mente i tre giovanetti della strada. Si alzò, ripescò dalla tasca, che c'era nella fodera della valigia, una lettera. Gliela aveva spedita, il mese passato, il suo amigo Gigi Piràn che aveva lavorato un anno intero a Montelusa come impiega- to della Prefettura. Era una lunga lettera che Giovanni s'e- ra portato appresso come una specie di guida per come comportarsi. "I molti sfaccendati della città vanno intanto su e giù, sempre d'un passo, cascanti di noia, con l'automatismo dei dementi, su e giù per la strada maestra, l'unica piana del paese, dal bel nome greco, via Atenea, ma angusta come le altre e tortuosa." Era stracco per il viaggio e per la giornata trascorsa all'Intendenza. Spense il lume e si dispose a dormire. Si-donna Romilda Brucculeri, appena che la cammarè- ra Catarina le contò quello che le aveva contato so' matre Pippineddra a proposito delle visite matutine di donna Trisìna nella sacristìa, divintò di colpo giarna giarna come una morta e s'inserrò nella càmmara da letto sbattendo accussì forte la porta che un pezzo d'intonaco se ne cadì. Perciò il cavaleri so' marito, tornato a la casa per la man- giatina serale, non vide in cucina la leggittima. «Dov'è la signura?» spiò a Catarina. «Nella càmmara di dormiri.» Trasì. So' mogliere stava stinnicchiata sul letto col lume astutato. «Che hai, Romildù?» «Nenti. Tanticchia di malo di testa.» «Non ci vieni a mangiare?» «No. Non ho pititto.» Il cavaleri mangiò solo. Catarina sapeva come si stava in cucina e l'orno volle ringraziarla passandole adascio una mano sulle natiche accussì dure che parevano pietre ferri- gne. Come le minne, del resto. La picciotta gli fece un sor- riseddro. «Domani a matino quanno la signura va a missa?» spiò spiranzoso il cavaleri. «Comu voli voscenza.» Il patto era fatto. Il cavaleri trasì nel cammarìno di còmmodo, si puliziò come uno sposino novello, s'infilò din- tra al letto. Era sabato sira e perciò gli attoccava la facenna coniugale. Risentì sul palmo della mano la durezza delle natiche della cammarèra, immaginò quello che avrebbero fatto la matina appresso mentre la si-donna ascutava la mes- sa. Se lo sentì armato. So' mogliere, che intanto si era spo- gliata e messa sotto le linzòla, gli voltava le spalle. Allungò una mano, la posò sopra il fianco prosperoso della fìmmina. «Che fai, Romildù, dormi?» «Sì.» «Non me la dai una vasateddra?» «Ti dissi che ho malo di testa, non mi smurritiàre.» Il cavaleri ritirò la mano. Pacienza, tutto sparagno a favore della criata Catarina. Don Memè Moro, doppo l'arraggiatura pigliatasi in Tribunale davanti alla sintenzia che lo sposessava di un altro pezzo di terra a favore del parrino Carnazza, a mez- zojorno non aveva toccato mangiare. Stava assittato con gli occhi sbarracati e non rispondeva alla mogliere che gli spiava prioccupata. Di primo doppopranzo andò a inta- narsi nella casa di campagna del fondo Pircoco che ancora momentaneamente gli apparteneva, perché era pronto a giocarsi i cabasisi che il lodo arbitrale sarebbe per lui fini- to a feto. Per sfogarsi tanticchia dal nirbùso, scocciò dalla sacchetta il revòrbaro che si portava sempre appresso e sparò, nell'ordine, a un àrbolo, a una lucertola, a un passe- ro, a una petra, a un secchio arrugginito, a un cane di pas- saggio. Sbagliò l'àrbolo, la lucertola, il passero, la petra, il secchio arrugginito, il cane di passaggio. Allora niscì lette- ralmente pazzo di testa. Fece una vociata che parse un lupo affamato, saltò in aria una decina di volte, sputò in alto e ci mise la faccia sotto in modo che la sputazzata lo pigliasse in pieno, si pisciò addosso, si mise a chiàngiri e chiangènno chiangènno alla disperata si portò la canna del revòrbaro alla tempia e tirò il grilletto. Clic. Prima di cadìri sbinùto in terra per lo scanto, ebbe il tempo di pinsari che il carrica- tore teneva solamente sei colpi. Tornò a la casa verso le otto di sira che faceva spavento, i capiddri ritti, gli occhi sempre più spiritati, un trimolìo convulso che lo scoteva tutto. La mogliere gli toccò la fronte e ritirò di prescia la mano: mini- mo minimo so' marito aveva quaranta di febbre. Nel suo letto all'albergo Gellia, Giovanni smaniava in preda a un incubo, un peson ch'o l'impiva de poi'a, da fa vegnì di resàti. Stava drente a un moin, ma dentro a quel mulino no gh'èa nisciun. Si era messo a ciammà, ma no ghe dava a mente nisciun. O l'è intròu inte 'n stansion grande comme tutto, che no gh'èa ninte, manco un sacco veuo. Inte 'n canto gh'èa giusto un muggio de fasnn-a. Era farina sporca, comme impasta de pàta, tòsto neigra. A pòrta a se gh'è serra derré le spalle. O l'à gercòu d'arvila a son de scrolloin. Ninte. Quand'o l'à ammiòu torna into stansion, o s'è adatto che o muggio de faenn-a o montava e o monta- va, o piggiava comme unna forma curiosa, cian cianin o se cangiava inte 'na tancoa, un ragno smisurato che cian cia- nin o ghe vegniva vixin. Con le spalle al muro, o l'à visto che quella bestiussa a ghe vegniva d'arrente, cosci vixin ch'a ghe toccava squaexi a faccia co-e so sampe pelose. I euggi de quello bestia èan euggi da òmmo, e l'ammiàvan pin de compascion. «Mischineddru!» o gh'à dito l'agno. O s'è addesciòu scòo de suo, o cheu ch'o ghe piccava fòrte nel petto. Còs'o voeiva dì? Domenica 2 settembre 1877. Il sensale, come avevano concordato, l'andò a pigliare all'albergo che ancora faceva uno scuro che si poteva taglia- re a fette. Con l'aiuto di due facchini, caricarono sulla car- rozza il baule e le tre valigie e partirono verso Vigàta dove il sensale gli aveva fatto prendere in affitto la casetta sul mare. «Mi scusasse la dimanda, signor ispettori, ma a vossia ci conviene abitare a Vigàta quanno che il suo officio lo tie- ne a Montelusa?» «Mi piace avere il mare vicino, sentirlo. A proposito di spostamenti, m'ha trovato un buon cavallo?» «Bonu? Bajardo, pare.» «Lo troverò giù a casa?» «Nonsi. Glielo farà portare oggi a doppopranzo la patrona, che poi è l'istessa che ci affitta la casa. Donna Trisìna Cicero si chiama. Vìdova è, so' marito ci lassò ogni beni di Dio.» Giovanni pensò di non aver capito. «Avete detto che è una vedova ricca?» «I dinari certo ca non ci mancano.» «Se è così ricca, perché affìtta case?» «Pirchì accussì addiventa cchiù ricca.» Non faceva una piega, la spiegazione filava. "Nelle campagne e nei paesi della provincia" aveva scritto nella sua lettia Gigi Piràn "i reati di sangue, aperti o per mandato, per risse improvvise o per vendette medi- tate, e le grassazioni e l'abigeato, e i sequestri di persona sono continui e innumerevoli, frutto della miseria, della selvaggia ignoranza, dell'asprezza delle fatiche che abbru- tiscono, delle vaste solitudini arse, brulle e malguardate." Solitudini arse e brulle? Dopo manco dieci minuti di viaggio, il cocchiere aveva dato strada a una carrozza sfar- zosa. «È quella dell'onorevole Casuccio» aveva spiegato il sensale. Subito dopo, ne avevano incontrate tante altre nei due sensi. E poi carretti dipinti con sopra famiglie vestite a festa. E ancora uomini su cavalli, asini, muli. La carrozza scendeva verso il mare tra mandorli, vigne, boschi d'olivo saraceno. Ad ogni modo, Giovanni rinviò il giudizio: non conosceva né un paese né la campagna dell'interno. «Questo posto che stiamo passando si chiama Villameta. A mancina c'è la villa dell'avvocato Fasùlo.» Fasùlo? Lo stesso ch'era entrato nell'officio di Ben- dicò? Dopo cinque minuti di silenzio, il sensale parlò di nuovo. «Ora a dritta si vede la casa del barone Trifirò.» Ancora cinque minuti di silenzio. «Sempri a dritta, la villa del marchisi Torrenova.» Dieci minuti di silenzio. «A mancina la bella villa di don Cocò Afflitto.» Cocò Afflitto? Non era quello che aveva cercato d'of- frirgli il desinare? Passarono sopra un piccolo ponte. Sotto, il greto era completamente asciutto. «E questo è il Càvusu, siamo già in territorio di Vigàta. Ora subito giriamo e c'è la so' casa.» La carrozza svoltò. L'aia, pinn-a d'arzillo, a gh'à allar- gòu o cheu. «Dominovobisco.» «Etticummu spiri totò.» «Itivìnni, la missa è.» I parrocciani, la domìnica più numerosi delle altre jor- nate, principiarono a susìrisi. Donna Trisìna tossì due volte, che veniva a significare: "a momenti arrivo". Patre Carnaz- za, a mezza strata tra l'altare maggiore e la porta della sacri- stìa, venne a sua volta pigliato da una gran botta di tosse. Donna Trisìna per un momento s'imparpagliò: che discorso era quella tossicoliàta? Valeva come risposta alla sua tossiti- na? Ma datosi che tra di loro non c'era stata intesa su uno scangio di colpi di tosse, la fìmmina si rassicurò, forse al par- rino era andata qualichi cosa di traverso o gli stava venendo una 'nfruenza, una frussione. Non sapeva che la tussitina di patre Carnazza era un signale rivolto a si-donna Romilda, sicuramente presente in chiesa come tutte le domìniche, e che significava: "Romilda, non venire a trovarmi, c'è qual- che difficortà". Si-donna Romilda, a sentiri la tussuta, inve- ce arraggiò: da quinnici jorna quel gran cornuto di parrino l'aveva tenuta lontana per godersi in pace la nova buttana. E lei ci aveva criduto al fatto che c'era impedimento. Ma ora che la criata Catarina le aveva contato come stavano le cose, era decisa che al parrino non gliela avrebbe fatta passare liscia. Niscì dalla chiesa con le altre pirsòne e fece in modo di mettersi a parlare, propio davanti al portone, con donna Filippa La Lumìa, spiandole come andava il suo dolore d'anca. Appena veniva toccata su quest'argomento, donna Filippa era capace di recitare un monoloco minimo minimo di una mezzorata. Mentre donna Filippa le teneva la sua lezione di notomìa sull'anca, si-donna Romilda non scansa- va l'occhio dalla porta della chiesa. Doppo un quarto d'ora, si-donna Romilda arrisolse: lassata in Iridici donna Filippa, ritrasì in chiesa. Sicuramente li avrebbe pigliati, il parrino e la tappinàra, mentre facevano la cosa. La cosa, inveci, il di lei marito cavaleri Brucculeri l'a- veva già fatta. Appena sentita la porta chiudersi darre la mogliere che se ne andava alla missa, il cavaleri si era pre- cipitato nel cammarìno senza finestra allato alla cucina indovi che ci dormiva la cammarèra Catarina, una sidicìna che aveva il sonno piombigno. Trasùto allo scuro fitto, l'a- veva assugliato al naso l'odore di coniglio sarvatico che la picciotta faceva, un odore che al cavaleri gli portava bene- fico effetto propio in quella parte del corpo che tra poco sarebbe entrata in òpira. Addrumò una candela. «Catari?» «Uuuummmm?» fece la criata. Stava tra sonno e veglia, intordonuta, come piaceva a lui. Isò il linzòlo e subito parse che una famiglia di conigli sarvatici ci avesse fatto la tana. Afferrò Catarina per i pedi, la tirò a mezzo del letto, e, mentre lei cadeva da tutte le parti come una pupa di pezza, le sfilò la cammisa di notte, la rimise stinicchiata, le allargò le gambe, trasì, sburrò. «Uuuummmm?» fece la cammarèra. Il cavaleri Brucculeri, con il fiato affannato, stava a panza all'aria, sintendosi a un tempo orgoglioso e morto per la faticata che aveva fatta. Catarina gli voltò la schina, la camurrìa dominicale era finita. Prima di cadìri nova- mente nel sonno, pinsò a so' frati Aitano ch'era stato il pri- mo vero orno che aveva canosciuto quanno aveva dodici anni e che ancora continuava a canoscere quanno che se ne appresentava l'occasioni. Quello, Aitano, era capace di mettere il chiavino nella toppa alla prima luce d'alba e di tirarlo fora che già faceva notte, senza manco darle il tem- po di mangiare un boccone di pane. Si capì subito che la trattativa sarebbe stata longa assà. Patre Carnazza con la vistaglia arriccamata e donna Trisìna stavano compostamente assittati ognuno sopra una seggia torno torno il tavolino della càmmara di mangiari. La pro- posta del parrino era stata che la fìmmina si facesse taliàre tutta nuda. «Taliàre solamente?» «Orbo di l'occhi e morìri ammazzato!» giurò patre Carnazza. Trisìna lo taliò dubitosa. «E se mentre io sono nuda vossia invece di taliàre sola- mente si mette a fare? Io manco posso scappare, gnuda come mi trovo.» Ci misero una decina di minuti per trovare un accordo. Trisìna sarebbe rimasta vistùta: si sarebbe solamente cala- te le mutanne fino a terra, avrebbe sollevato fino a sopra la panza gonna, sottogonna e fodetta e in piedi, senza stin- nicchiarsi sul letto, si sarebbe fatta taliàre con commodo. «Va bene, come vuoi tu» sospirò il parrino. «E io che ci guadagno?» «Un paio di linzòli novi novi.» «D'accordo.» «E ti fai taliàre davanti e darre.» «Nomi, darre no. Se vossia mi vole taliàre davanti e darre mi deve rigalare un altro paro di linzòli.» «Va bene.» «Prima pigliasse i linzòli.» Il parrino andò nella càmmara di letto, raprì un grande armuàr, pigliò due para di linzòli con le iniziali AG intrec- ciate, tornò, li posò sul tavolino. «Ora andiamocene in càmmara di letto.» «Nonsi. E che bisogno c'è? Taliàre per taliàre, la cosa si pò fare qua.» «Però io ti devo taliàre mentre ti levi le mutanne. E le devi calare adascio adascio.» Taliàndolo occhi negli occhi, Trisìna si susì, si sollevò la gonna, la sottogonna, la fodetta e in quel preciso momen- to la scala di legno fece distintamente crac. Aggelarono; qualichiduno stava acchianando. Trisìna lasciò ricadere i vestimenti e s'assittò. Crac crac craaaaac fece la scala. «La quistioni che m'avete appena detto» attaccò a par- lare a voce alta patre Carnazza «è cosa delicata assà, don- na Trisìna.» Crac craaaac. «Talimente delicata che forse è bene che ne faccio cògnito a sua cillenza il vìscovo» fece il parrino continuan- do nel suo tiatro. Ma chi minchia era che stava acchianan- do la scala? La porta del quartino sì spalancò di botto e apparse si- donna Romilda. A vidìri i due che chiacchiariavano, la sua faccia, da rossa che era, cangiò colore, addiventò viola. Sicuramente l'avevano sentita e si erano messi a fare la far- sa. Cornuta e bastoniàta, era. «Bongiorno, si-donna Romilda» fece fresco e sirène quell'anima dannata del parrino, atteggiando la faccia a surprìsa. Trisìna, la grannissima cajorda, invece si susì in segno di rispetto, facendo una calata di testa come saluto. «S'assittasse, si-donna Romilda, tanto io ho finito» dis- se cirimoniòsa. Con uno sforzo che le costò qualichi anno di vita, si- donna Romilda controllò miracolosamente il nirbùso che inveci la spingeva a fare peggio dei mori al tempo di Carlo di Francia. «No, no, torno un'altra volta» disse «tanto era una cosa senza importanzia. Bona jornata.» Girò le spalle, niscì. Craun craaauuuun fece la scala: ora che non c'era bisogno di cautela, la fìmmina la scende- va che pareva un cavaddro. Come se niente fosse capitato, Trisìna si susì lenta len- ta e principiò a isarsi la gonna. A prima vista, la casa fece simpatia a Giovanni. Ci si arrivava, lasciata la provinciale, da una strada di campa- gna, stretta tra due muri impennacchiati da macchie di capperi e di saggina, piante di ficodindia, agavi, che finiva sull'orlo di un dirupo sotto il quale si stendeva la rena d'o- ro e s'allargava il mare turchino. A-a dri'ta, un pittin prim- ma do derrùo, gh'éa 'na cioenda de ramme d'gerboo, un cancello rustico ch'a dava in sce 'n sente ch'o portava da-a cà di tufo, venata da-o gianco da càginn-a. Pòrte e giòxìe éan tente de verde. La casa a l'éa comme 'na Te rovesciata, tra? stansie de de sotta e unna de d'àto a' quella into mézo, ch'a l'éa grande, unna bella sala manxé: inte 'n canto gh'éa dòi fornelli. Gh'è'a 'na tòa, quattro careghe impaggettae, un buffe con di tondi, gòtti, forginn-e, tutto lustro, bello netto. Dalla camera da pranzo, ch'a piggiava a luxe da 'n bar- conetto e da-a pòrta de cà, partiva unna scà ch'a portava de d'ato, donde gh'èa un letto a doe ciasse con due como- dini co-a lumméta, doe careghe de legno e un bello arma- dio co-o spegio. E straponte de lann-a éan belle nette e Fai- van arrotolate sulle tavole do letto. O Giovanni o Fa aver- to l'armàio: drente c'erano le federe, ma mancavano i len- seu. Paciensa, l'indoman o l'avide accattae. A stansia a Fai- va dòi barcoin, un da-a parte do ma e l'atro o dava in scià campagna. C'era anche un posto di comodo inte 'n bor- digòtto co-o catruccio pe-i beseugni, o baci da lavàse, un stagnon pin d'asgua, un barconetto riondo pe l'aia. L'éa tutto bello netto. A sala manxé a-o cian de sotta a dava inta stansia a-a man brutta pe 'na pòrta piccinn-a. A vegniva ben se gh'éa da da da dormì a 'n paente o a 'n amigo: un lettin, un comodino co-a lumméta, doe careghe, un armàio streito. O Fa averto: era vuoto. Pe quella neutte ghe toccava dormì sensa lenseu. Da-a stansia a-a drita de cian terren no se poeiva passa in cà. A l'aiva unna pòrta pe conto so, erta e larga. A Fèa unna stalla ch'a poeiva tegnì finn-a dòi cavalli e unna carròssa. Paggia e fen éan a-o so pósto. Intorno alla casa, amàndoe, peie, bricòccali. E asci quattro fiagni. D'accòsto a-a pòrta, de macce de già'se- min. O Fa passòu a mattin a veuà o basulo e e valixe, a da recatto a tutto. Lasciò sulla tavola le carte ch'o l'aiva pig- giòu inte F effigio do Bendicò. Pensava di guardarle meglio verso scia, lumméte e candeie no gh'ammancàvan de seguo. Il cavaleri Brucculeri, che ogni domìnica matina la pas- sava al circolo "Patria, Famiglia & Progresso", a mez- zojorno e mezzo tornò a casa per mangiare. La tavola era conzàta, ma si-donna Romilda non si vedeva. Forse stava in cucina, dove sentiva Catarina canticchiare. Ci andò. «Calo la pasta?» spiò la criata. Aveva gli occhi sparluccicanti, pareva allegra. "Si vede che la ficcata di stamatina le ha fatto bene" pinsò, glorioso, il cavaleri. «La signora tornò?» «Sissi.» «E dov'è?» «Nella càmmara di dormiri. Dice ca non si senti bona.» "E che ci pigliò, a sta santa fìmmina?" spiò a se stesso il cavaleri. In genere il malo di testa a so' mogliere ci veni- va quanno si trattava di fare l'obbligo coniugali. Niscì dalla cucina e Catarina ripigliò a cantare. Era felice nel sapere che la patrona era doppiamente cornuta: una volta per parte di marito e una volta per parte d'a- mante. La càmmara di dormiri aveva le persiane inserrate. «Come ti senti, Romildù?» Dal letto, al posto di una risposta, gli arrivarono sin- ghiozzi e tirate di mòccaro col naso. «Posso fare tanticchia di luce?» «No!» gridò si-donna Romilda. «Si può sapere che hai?» spiò il cavaleri assillandosi sul bordo del letto con un sospiro. Chiaramente la cosa sareb- be stata longa e stuffìcante, meno male che non aveva fat- to calare la pasta. «M'affrunto! Matruzza santa, quanto mi vrigogno!» Si vergognava? E che poteva esserle capitato? Romilda aveva un bel pirsonàle, capace che qualche picciottazzo di strada, vedendola passare, le aveva detto una vastasata. So' mogliere era accussì sdilicata, accussì sensibbile! «Con tuo marito non ti devi affruntare, non ti devi vri- gognare.» «Mi capitò una cosa tirribili, Lollò!» "Lollò" era il nome da letto del cavaleri, quello che si- donna Romilda sussurrava facendosi abbrazzare doppo avere astutato il lume. «Avanti, parla.» «Tirribili tirribili, Lollò.» «E tu dimmela l'istesso.» «Stamatina, finita la santa messa, patre Carnazza, men- tre che stava trasendo in sacristìa, venne pigliato da una gran botta di tosse. Io volevo andargli a spiare subito se gli era venuta la 'nfruenza e se gli abbisognava qualichi cosa, ma mi fermò donna Filippa La Lumìa e si mise a parlàrimi dei so' dolori d'anca. Finalimente m'alliberò e io trasii in sacristìa. Il parrino non c'era. Allora lo chiamai dal piede della scala che porta al suo quartino, ma non rispose. Mi preoccupai, acchianai. Nella càmmara di mangiari non c'e- ra. Trasìi nella càmmara di dormiri... Oddio oddio oddio comu m'affrunto! Una vampa di foco sono! Oddio oddio che tormento!» «Romildù, non fare accussì.» «La porta della càmmara si chiuse. Mi voltai, pinsando a un colpo di vento, una corrente d'aria, una cosa accussì... Patre Carnazza si era ammucciato darre la porta, ecco per- ché non l'avevo visto, e ora mi stava davanti nudo... Oddioddioddioddioddio !» Il cavaleri balzò dal letto con un salto tale che a momenti si spaccava le corna contro il soffitto. «Quest'offìsa ti fece?» < «Peggiu, Lollò, peggiu!» «Peggiu?» «Sì, Lollò! Nell'arma, m'offìse, nell'arma!» «Lassa fottere l'anima, Romilda! E dammi risposta precisa: ci riniscì? Ci riniscì questo gran fetente di parrino a farti la cosa? Eh? Ci riniscì?» Un pianto dirotto fu la risposta. Passato mezzogiorno, Giovanni cominciò a sentire ap- petito. Anzi no: fame. O l'aiva da fa a pe i dòi chilòmetri scarsci che mancavano pe arriva a Vigàta: de seguo che lì gh'éa un'osteria. Arrivòu sull'orlo do derrùo, o l'àmmiòu ben e o l'à trovòu comme un sentiero di capre ch'o lascia- va china in scià ciazza, sciben che no Tèa gusci fàcile. Intanto ch'o chinava de pe-a costéa, ciù de 'na votta gh'è toccòu attaccàse a-i costi de brugo che ghe taggiàvan o parmo e e die da man. Ghe sccioiva sangue. Comm'o Tè staeto arrivòu sulla riva del mare, o s'è levòu e scarpe e e casette, o l'à misso i pe a bagno, o l'à infiòu e moaai inte l'asgua pe stagna o san- gue ch'o gh'aiva finn-a bruttòu un pittin a camixa. O s'è misso a cammina awiòu verso o paise dond'o Tea nasciùo e dond'o no Tèa mai ciù vegnùo. Ma o no se senti- va emozionato. L'aia do ma a ghe metteiva e à'e. Gigi Piràn gli aveva scritto: "A Montelusa i pubblici uffici, Prefettura, Intendenti di Finanza, scuole governative, tribunali, danno ancora un po' di movimento, ma quasi meccanico, alla città: altrove, ormai, urge la vita. L'industria, il commercio, la vera atti- vità insomma, s'è da un pezzo trasferita a Vigàta gialla di zolfo, bianca di marna, polverulenta e rumorosa, in poco tempo divenuta uno de' più affollati e affaccendati empo- rii dell'isola." Comm'o l'è stasto da-o pòrto, o s'è lasciòu tià da-a memòia. Conosceva il paese senza averlo mai visto; so poae e so moas, a Zena, ghe ne parlàvan de longo. Quande o l'ai- va perso i so, a dex'anni, o n'aiva sentìo ancon parla da-o fra? de so poae, lo zio Ciccio e sua moglie, a lalla Giovanna, che era stata come una madre. O s'è assettòu in sce 'na bit- ta. Pe-i coi, o paise o Tèa comme gh'aiva dito l'amigo Piràn, ma Tea de doménega, e speronare se ne stàvan co-e veie basse, no gh'éa quello vanni e vegni de òmmi, de gos- si, de carretti, no se sentiva e giastemme e i braggi che accompagnàvan de longo o càrego do sòrfano. Quarche baransella, nisciun bragosso co-e veie pinn-e de coi. Dòi pescoei dàvan recatto a-e ras, un di dòi o stava co-a schenn-a arremba a unna doggia, un maina o l'assuc- cava unna gimma. Chiuse per un attimo gli occhi, li riaprì, guardò nuova- mente la scena e a mezza voce gli venne di ripetere quello che stava vedendo, ma con altre improvvise parole, altri suoni: "Quarchi caiccu, nenti rizzi viliàri cu li veli culurati. Du' piscatura cusìvanu 'na riti, unu de' du' s'appujava cu i spaddri a una corda 'nturciuniàta, un marinaru attisava 'na cima." Che gli stava capitando? Era l'emozione esplosa all'im- provviso a fargli recuperare il suo dialetto perduto contro il genovese e l'italiano? Giusto lì da-o meu gh'éa unn'ostaia brutta de fumme e de gente. Un carnè, maniman o padron in personn-a, o gh'è vegnùo da-a tòa. «Vorrise unna lengua.» «Eh?» fece il cameriere. Giovanni si rese conto d'aver parlato in genovese. O Tèa invexendòu. «Portatemi 'na linguata» disse in siciliano. A lengua che gh'an servio da lì a 'n pittin a Tèa bella fre- sca, stramesuà. Ancora domenica 2 settembre 1877. Visto e considerato che a quattròe e méza de doppodi- snà del cavallo promesso non si vedeva manco l'ùmmira (ombra si diceva proprio così?), Giovanni indossò e bra- ghette, lasciandosi però le scarpe, chiuse la porta di casa, rifece la discesa do derrùo (sdirrupu? sbalancu?), stavolta però riuscì a non tagliarsi le mani, e andò a stendersi sulla rena. A un certo punto, senza rendersene conto, s'appen- nicò. Quande o ma o l'arrivava longo in sciò bagnasciuga, de vétte o ghe fava quell'effetto lì. Si svegliò di soprassalto. Qualcuno, dall'alto, gli stava tirando pietruzze. Sentì una voce, ma o n'à accapi'o ninte. «Abbossìa! Abbossìa!» Si alzò, guardò. Centra o cé, dri'to sull'orlo del dirupo, gh'éa un figgeu ch'o mesciàva e brasse pe fase vedde. «Che c'è?» gridò Giovanni. «U cavaddru ci portai! Acchianasse!» Acchianasse? Ah, sì, voleva che salisse. Quando fu a livello del ciglio dello sbalancu, il ragazzo, che aveva sì e no una quindicina d'anni, o s'è levòu a berretta (ecco: còppu- la) pe fàghe un atto de réspeto. «Michilinu mi chiamu.» Fuori del cancelletto c'era una carrozza chiusa. Il caval- lo invece era legato a un albero vicino alla porta, già sella- to. O gh'è pasciùo un anima fin e drùo. O se gh'è fgeto vixin pe daghe unna caszza, ma o cavallo o s'è tioù inderré. Giovanni restò con la mano a mezz'aria. O cavallo o l'am- miava fisso e Giovanni, immobile, si lasciava guardare, un poco impacciato. Dappeu o bestia o s'è fasto avanti cian cianin fin a fa baxà a man co-o so collo. «Mi pare proprio un bell'animale.» «Beddru? In tutta la terra di Sicilia non ci nn'è unu eguali! E voscenza ci pò macari parlari pirchì iddru tuttu capisci! Megliu di un cristianu è!» «Come si chiama?» «Stiddruzzu.» Il dialetto ancora non era stato completamente ritrova- to, c'erano parole delle quali gli mancava il significato. Dovette fare uno sforzo per capire. «Stellino?» «Sissi, accussì. Per via della macchia a forma di stiddra ca teni nella fronti.» Giovanni montò. A sella a l'andava ben, ma gh'èa da regola e staffe. O se gh'è sentio ben. O l'éa lì ch'o chinava, quande, inte 'n momento, con un bello schitto, Michilinu o gh'è montòu derré. «Che fai?» «Cacciasse verso la carrozza.» Cacciasse? Perché o voeiva ch'o l'andesse a caccia verso a carròssa? Michilinu capì che il forestèri non aveva capito. «Voscenza s'avviasse verso la carrozza.» «Perché?» «Pirchì la signura mi fici 'nzinga d'avvicinarci.» A scignòa? Gh'èa unna dònna inta carròssa? A o Gio- vanni gh'è vegnùo i lampi de cado da-a vergheugna. L'éa un muggio de tempo che una scignòa o l'ammiava intanto che l'è o l'éa squassci nùo, solo co-e braghette. Perfino sul- la spiaggia di Rimini negli stabilimenti balneari esistevano dei portelloni che separavano i maschi dalle femmine e ne impedivano la reciproca vista! Pensa in Sicilia! Man coma che a scignòa a l'éa vìdoa, perché, a sentì quello che divan di sigiliasn, s'a l'aì'va mai o maio, quello o ghe tiava 'na sccioppettà de seguo pe vendica l'offeisa e pe lava a mac- cia de Tonò. Si buttò giù dal cavallo, aprì la porta, entrò in casa, si fece la scala di corsa, si precipitò nella camera da letto, si levò il costume, si rivestì febbrilmente di tutto punto, scese di prescia, uscì. E per poco non andò a sbattere contro la vedova che, scesa dalla carrozza, ora stava seduta, vicinissima alla por- ta, su una sedia che Michilinu evidentemente aveva preso dalla camera da pranzo. Chi sa mai perché, o Giovanni a so patronn-a de cà o se l'éa imaginà comme unna sciarbella, unna scarpa vegia desformà da-i anni. A scià Trisìna Cicero incangio a l'éa zovena e bellisci- ma, euggi ciaei e fondi, i lapri rosei comme unna sciamma de feugo, a pelle ciù gianca da zoncà. O neigro do vestì o no l'arriesciva a asconde e so forme, ansi a-o contràio. Oua o pensava solo in zeneise, a lengua de quande da zoéno o s'invexendava pe-e dònne. O saiva ben de ése ommo de pòca fantaxia, ma ghe bastòu véddila un momento pe imaginàsela nua in sciò len- seu desfasto... O l'è vegnùo rosso, se gh'inversava o trippin, mai ave- va avuto un pensiero così. Donna Trisìna inveci lo taliàva ferma, considerandolo. Propio come il cavallo prima di farsi carezzare. «La prego di scusarmi per poco fa, signora.» «E che fece lei, poco fa?» «Mah... non sapevo che c'era... che sarebbe venuta lei stessa...» La fìmmina continuava a taliàrlo con un surriseddru. Sotto il costume da bagno, donna Trisìna gli aveva visto una musculatura digna di quella del cavaddru. Mai aveva incon- trato un orno che a prima vista gli faceva accussì sangue. «La mia venuta ci dette fastiddio?» «Ma no! Che dice mai! Questa del resto è casa sua.» «Ci piace?» «È comoda, accogliente...» Dio! Che euggi aveva! «Macari a mia mi piaceva. Quanno mio maritu bonar- ma non aveva chi fare, ce ne scendevamo qua da Montelu- sa e ce ne stavamo in santa paci.» L'è staeto 'n lampo. O Giovanni o l'à vista nùa in sci len- seu desfaeti, lustra de suo, o respi'o gròsso de chi a fini'o de a l'amo. Donna Trisìna tirò un sospiro longo: sapeva benissimo di quanti centimetri si sarebbe sollevata la pettorina. «Eh!» o l'à fasto o Giovanni, ch'o no saveiva còse dì. A vìdoa a gh'a fasto un fattoriso. A melanconìa a dovei- va ésighe passa. «Le ammanca nenti?» "Tu" gh'è vegnùo da dì co-o penscèo a-o Giovanni. Con tutto ch'o se gh'approvava, o no riesciva a levarsi dal- la vista lei, nuda sui... «... linzòli?» gh'à domandòu a vìdoa. Una mazzata. Giovanni barcollò. Quella donna era ca- pace di leggergli nel pensiero ! «Mi... mi... scu... si... io...» «Ma pirchì si scusa? La corpa è tutta mia che non le feci attrovare in casa i linzòli del letto.» L'éa vèa, mancava i lenseu. Giovanni si rilassò, ma con- tinuò a sudare: l'euggià da dònna a ghe fava boggì o sangue. «Michilinu è darre 'a casina. Gli sto facendo cògliri un panare di frutti per lei.» Bello segnò cào! Tutti e dòi, nùi in sci lenseu, le ch'a monda un figo meuio... «Un panaro chinu chinu ne pigliai!» fece Michilinu arrivando. «Gliene faccio pigliari ancora?» «Basta così, grazie, signora. Casomai andrò a coglierla io.» «E lei canosce quand'è il momento di coglierla?» E na, sacranon! A domanda a no l'éa miga sensa inten- sion come voleva lasciar credere! Tanto ciù che i so lapri, doe braxe, s'éan allargar un pittin inte in fattoriso d'alluxon. «Michilinu!» chiamò donna Trisìna a voce alta, e a o Gio- vanni, ch'o l'éa perso inta so vixon, gh'è vegnùo un resàto. Michilinu apparve sulla porta, era andato a portare il paniere in casa. «Vai nella carrozza, c'è un pacco con du' para di linzò- li. Portali ccà.» Mentre Michilinu s'allontanava, donna Trisìna disse lenta lenta: «Sono du' para di linzòli novi novi.» Fece un pinsèro: c'erano arriccamate le iniziali di patre Carnazza, le stesse però di quelle di so' marito. «Li aveva fatti fare il pòviro marituzzo mio! Li avevo pigliati stamatina pirchì li volevo portari in un'altra casa che ho. Ma forsi ci fanno cchiù commodo a lei.» «Grazie, signora, non si disturbi.» «Lei maritato è?» «No. E nemmeno fidanzato, se è per questo.» Ghe vegniva spontanio, con le, contàghe i fasti so. «Lei di dov'è, mi scusasse?» «Sono nato proprio qui, a Vigàta.» «Daveru?» «Sì, ma a tre mesi mi hanno portato a Genova dove sono cresciuto, ho studiato, ho...» «So' patre e so' matre stanno a Genova?» «Sono morti che io ero piccolo. Sono stato allevato da una mia zia.» «Mischineddru!» Gli lanciò, come una carezza, un'occhiata di compassio- ne. O Giovanni o l'à sentib un rigò de freido inta schenn-a: a maxima pòula lo stesso sguardo del ragno into seunno da neutte avanti. Arrivò di corsa Michilinu. A vìdoa balzò sulla carega, a Tèa tosto grande comme le, a l'à piggiòu o pacco co-e doe rnoaan, o l'à tegnùo un momento co-e brasse atteise in avanti e dappeu a ghe l'à dasto con unn'à'ia seria. A Tèa stse- ta comme unna geimonia in scilensio. «Bona sirata» a gh'à dito a dònna quande a gh'à giòu a schenn-a pe anda da-a carròssa. O Giovanni, de longo co-o pacco inte moasn, o s'è repiggiòu un pittin, tanto che basta da fàghe o scoaccin. Per tutta la nottata don Memè Moro non era arrini- sciùto a chiudere occhio, si votava e si rivotava nel letto e sempre gli compariva davanti agli occhi la facciazza di pa- tre Carnazza. Ancora ci volevano jorna e jorna per la rispo- sta del lodo sul fondo Pircoco, ma lui era certo che il risul- tato sarebbe stato negativo, ci avrebbe messo la mano sul foco. Passò la matinata tambasiando casa casa, tutto quel- lo che pigliava in mano gli cadeva 'n terra, gli era macari smorcato un distrubbo di panza, il nirbùso di certo, che l'obbligò a passare più tempo nel cammarìno di còmmodo che nelle altra càmmare. Per andare nel retrè c'era un gra- dino: deci volte ci acchianò e deci volte truppicò. E ogni volta che c'inciampava ci dava macari un calcio. Finì che verso mezzojorno il piede gli si gonfiò facendolo diventare zoppo. Non mangiò. Alle tre di doppopranzo arrisbigliò a so' mogliere che stava facendosi una dormitina. «Io nescio.» «E dove vai, zoppicherò come sei?» «In campagna.» «Portati almeno un bastoni.» Arrivato nella casa di campagna, don Memè trasì nel- la càmmara di dormiri, raprì il cascione del comodino e pigliò la scatola di càppisi per il revòrbaro che teneva in sacchetta oramà scarrico dal giorno avanti. C'erano ven- tiquattro cartucce, vale a dire quattro carricatori com- pleti. Scese nel bàglio e, mentre carricava l'arma, arrivò un vecchio che pasceva le sue capre nel fondo, un sittantìno che tutti chiamavano col solo cognome, Aliquò, e di cui si contava che in gioventù avesse avuto storie con la legge. «Baciolemani» disse levandosi la coppola. Don Memè manco gli rispose. Aliquò s'assittò sopra una seggia di paglia sfondata e posò allato a lui la bisazza, era curioso di vidìri che voleva fare don Memè col revòr- baro in mano. Memè Moro piazzò un bùmmolo di creta, che serviva a tenere fresca l'acqua, sopra un muretto e doppo s'allon- tanò contando venticinque passi. Sparò il primo carricato- re pigliando accuratamente la mira tra un colpo e l'altro: il bùmmolo restò intatto. Don Memè, controllandosi, trasì nella casina, si bevve un altro bicchiere di vino bono, niscì, ricarricò il tamburo, contò venti passi, sparò. Il bùmmolo non si cataminò. Don Memè trasì nuovamente nella casina, si bevve un altro bic- chiere di vino bono, niscì, ricarricò il tamburo, contò die- ci passi, sparò. L'unico danno che fece fu d'ammazzare un gatto che se ne stava assittato sul muretto a una decina di metri dal bùmmolo. Don Memè, che si sentiva tutto trimàre dintra, nervi, muscoli, ciriveddro, vene, sangue, tutto che gli tremava, s'accostò al pozzo, pigliò un cato pieno d'acqua, se lo rove- sciò sulla testa assammarandosi, ricarricò, taliò il bersaglio. Aveva un velo rosso davanti agli occhi. Quando il velo scomparse, il bùmmolo non era più un bùmmolo, ma il parrino Carnazza in pirsòna, i manici erano due braccia coi pugni sui fianchi. Urlò e sparò, i sei colpi parsero uno solo. Ma patre Carnazza restò vivo. «Taliàsse ccà» fece Aliquò. Armeggiò nella bisazza, cavò fora un pistolone longo mezzo metro e sparò, quasi senza mirare. Il bùmmolo esplose, pigliato in pieno. «Vossia ci mette troppo impegno» disse Aliquò. «Non si spara col core, ma col ciriveddro. E il ciriveddro, meno càvudo è e meglio funziona. Se vossia mi permette, io c'im- paro comu si fa.» Macari il cavaleri Brucculeri s'arramazzò tutta la notta- ta senza pigliare sonno. Gli abbruciava l'offìsa fatta al suo onore, certo, però, a un certo momento, il nirbùso gli co- minciò a crescere per un altro motivo e cioè che so' moglie- re, dopo che quel porco di parrino le aveva fatto patire quello che le aveva fatto patire, potesse dormiri fresca e sirèna, russando leggermente com'era solita fare. Come poteva? Valle a capìri li fìmmine! Alla prima luce dell'alba non ce la fece cchiù a restarsene corcato. Si susì, si lavò, si vestì, niscì. A piedi, se ne scinnì fino alla valle dei templi e doppo se ne tornò a la casa che già si era fatta l'ora di man- giare. Quanno trasì, trovò si-donna Romilda assittata in tavola con la forchetta in mano e davanti a un piatto di spa- ghetti al ragù. «Io non capiscio come fai a dormiri e a mangiari dop- po quello che ti è capitato!» le disse a voce bassa, dato che in cucina c'era la cammarèra che stava friggendo le triglie di secondo. «Eh!» fece la signora con un gran sospiro. «Mi devo dare forza! Non lo capisci? Mi serve energia! E tu che fai, mangi?» «No.» S'inserrò nello studio, pigliò, nell'ordine, l'Orlando fu- rioso, il Guerrino detto il Meschino, e VEttore Fiemmosca, andandosi a scegliere le pagine dove c'erano i più sangui- nosi duelli. Rinforzato dalla lettura, alle sei di doppopran- zo raprì il cascione di mancina della scrivania, pigliò il revòrbaro, controllò che fosse carrico, se lo mise nella sac- chetta e niscì senza salutare Romilda. Oramà era deciso a vendicare l'onore offìso. Cominciò a passiare avanti e narrè sul marciapiede della chiesa, aspettando che la fun- zione finisse. La camurrìa era che era domìnica e c'era per- ciò passeggio: ogni cinco minuti doveva scappellarsi e inchinarsi ora per arrispondere a un saluto ora per saluta- re lui per primo qualiche pirsòna di rispetto. Quanno si fece pirsuaso che l'ultima parrocciana era nisciùta dalla chiesa, trasì deciso. La chiesa era deserta. Fece per diriger- si verso la sacristìa, ma si fermò di botto vedendo che patre Carnazza ne stava in quel momento niscendo. Il parrino arrivò ai piedi dell'altare maggiore, s'inginocchiò e comin- ciò a pregare a mani giunte. Il cavaleri gli si avvicinò, met- tendosi tanticchia di lato per poterlo taliàre di profilo. Tirò fora dalla sacchetta il revòrbaro. Intanto patre Carnazza con una mano si era coperto la faccia e con l'altra aveva principiato a darsi gran pugni sul petto. «Mea curpa! Mea curpa!» Alla luce delle cannile, il cavaleri vide che il parrino si era messo a chiàngiri e, tra i singhiozzi, mormoriava qualichi co- sa. Il cavaleri, per sintire meglio, fece un passo avanti. «Pirdonami, Signori! Pirdona questa carne piccatrice!» Possibile che uno sdisonorato, un farabutto come a quello fosse capace di pregare con tanta fede? Che fosse sinceramente pentito dei piccatazzi so'? Trubbàto, il cava- leri arretrò, rimettendosi l'arma in sacchetta. Come aveva fatto qualichi secolo narrè un principe di Danimarca (ma il cavaleri scanosceva la storia) venne alla conclusione che non si può ammazzare a uno mentre prega. Gli abbastaro- no quei venti passi per arrivare al portone e nèsciri fora per persuadersi di un'altra cosa e cioè che lui non era capace d'ammazzare a nisciuno, pregassi o no. Ma di farlo ammazzare, questo sì che ne era capace. Patre Carnazza tenne le orecchie appizzate fino a quando non sentì più i passi del cavaleri risonare dintra la chiesa. Niscendo dalla sacristìa, aveva raccanosciuto subi- to il marito di Romilda e ne aveva intuito la mala intinzio- ne. Allora si era messo a fare il teatro della prighera e del pentimento, sperando che l'altro fosse tanto strunzo da credergli. Ma la facenna non poteva andare avanti accussì, se il signor ricevitore postale si era sentito prudere le cor- na una volta, la cosa poteva piricolosamente ripetersi. Bisognava metterci rimeddio. I paesi della provincia che dipendevano dall'Inten- denza di Montelusa erano trentacinque, rilevò Giovanni dalle carte di Bendicò, mentre i mulini erano un'ottantina e passa. Dall'ispettore capo di Montelusa dipendevano dieci sottoispettori tra i quali era stato spartito l'intero ter- ritorio. Bendicò aveva fatto un elenco dei suoi sottoispet- tori per ordine alfabetico e accanto a ogni nome aveva scritto dov'erano situati i mulini di competenza. Nessun mulino da vento; l'ultimo, situato sulla rota- bile Montelusa-Vigàta, era stato abbandonato da tempo. Nessun mulino d'acqua, già scarsi in origine per man- canza di corsi adeguati. Due mulini soli su ottanta e pas- sa erano a vapore, tutti i restanti servivano alla bassa macinazione, a mole appaiate fatte funzionare da equini aggiogati. A Reggio Emilia e provincia se ne era quasi perduto il ricordo. Giovanni venne colto da una specie di ondata di malinconia, gli sembrò di essere spostato indie- tro nel tempo. Bendicò, tra le sue carte, aveva conservato anche un ritaglio del settimanale «La Concordia» che si stampava a Montelusa. Nell'articolo, molto polemico col Governo, si faceva la storia dell'imposta sul macinato: in particolare, si diceva che tutti i proprietari dei mulini d'acqua che in Sicilia avevano denunciato la cessazione d'attività, erano obbligati ancora a pagare la tassa d'eser- cizio. Un vero e proprio sopruso. Avevano fatto ricorso al- l'Intendenza e l'Intendenza aveva a sua volta presentato un rapporto al Ministero. Che era stato irremovibile: la tassa andava pagata lo stesso, se non in natura, in denaro. Nel 1872 la tassa sul macinato era stata decuplicata, di conseguenza il costo del pane aumentò. Ci fu, sotto le finestre della Prefettura di Montelusa, una violenta dimostrazione che si concluse con quattro morti e diciot- to feriti. La tensione, non solo nell'isola, divenne fortissi- ma e il Governo, il 10 dicembre dello stesso anno, abolì la tassa sul macinato. La ripristinò esattamente dopo cin- que giorni. La rabbia, per questa sfacciata presa in giro, esplose paurosamente, ma venne repressa a prezzo di dodici morti e quaranta feriti. Ora come ora, concludeva «La Concordia», il malumore della popolazione scorreva sotterraneo come un fiume. Avanzava infine l'ipotesi che l'uccisione dell'ispettore capo Tuttobene fosse stata det- tata da sordo rancore contro il rappresentante di uno Stato affamatore. L'articolo finiva così, ma accanto alla frase che riguar- dava l'omicidio di Tuttobene, Bendicò ci aveva messo un punto esclamativo con la matita blu. Quale era il senso di quel commento? Decise di non leggere oltre. Salì nella camera da letto e coprì i materassi con i lenzuoli della vedova. La lettura delle carte gli aveva fatto passare l'appetito, mangiò solo qualche frutto di quelli colti da Michilinu. Faceva scuro e accese il lume. Troppo presto per andare a coricarsi. Prese un foglio da lettera, una matita copiativa e iniziò a scrivere: "Lalla e mamma amatissima...". «Signor Bovara!» Quella voxe, tutt'assemme a gh'à fasto fa un botto da-a carega, a ne vegniva d'arrente a-a pòrta eh'a Tea arresta averta. O l'è stasto sciù e o s'è affermòu in sciò passo da porta. «Chi è?» «Amici.» O no l'arriesciva a vedde atro che doe ombre no gusci distanti. «Che volete?» O no l'éa inspaximòu, ma quell'intruxon a ghe dava breiga. «Ci manda don Cocò Afflitto che ha la casa qua, prò- pio allato alla so'. Vorrebbe avere l'onuri d'accanoscerlo di pirsòna. Dice don Cocò se vossia voli favorire.» «Favorire che?» «Se accetta l'invitu di vinìri a mangiare con iddru stasira.» «Ah, no. Ho già cenato. Ringraziatelo tanto.» «Comu voli vossia. Bonanotti.» «A voi.» E doe ombre se son perse into scùo da neutte. Ma sto belin de don Cocò o ghe voeiva da da mangia a tutti i costi? Tra o sci e o no, o l'à serròu a giòxìa do barcon e o l'à misso o fiero mòrto a-a porta. Lunedì 3 settembre 1877. Stavano assillati al tavolo delle trattative, il parrino con la vistaglia arriccamata e donna Trisìna vestita di tutto punto. Patre Carnazza aveva il petto che si isava e si abbas- sava, pareva stesse assufficando per mancanza di sciato. A- veva le palle degli occhi mezze nisciute di fora, tali e quali a un pesce appena piscato. «I due cannilèri d'argento dell'altare maggiore?» «Sissignori.» «Ma i due cannilèri sono un rigalo della marchisa Tor- renova!» «Me ne sto futtennu di chi l'arrigalò. Li voglio.» «Trisinè, cerca di raggiunari, beddra mia, cori mio. Sti due cannilèri non sono cosa mia, alla chiesa appartengono!» «E la chiesa di cu è? Non è so'?» «Ma la marchisa sicuramente s'addunerà che i cannilè- ri non ci sono cchiù! Quella ogni jorno viene! E ne vorrà conto e ragione! E io che minchia le dico, eh? Quella, piti- nosa com'è, capace che si rivolge prima al diligalo e dopo al vìscovo!» «È tanto semplice: vossia ci dice che i due cannilèri se li sono arrubbati i latri e che vossia non ne sapi nenti.» « «Ma se putacaso...» «Parri, la cosa sta accussì. Vossia m'arrigala i due can- nilèri e io, in cangio, ci arrigalo quello che vossia disìdera. Facemo l'atto intero, come marito e mogliere, supra u letto, nella càmmara di dormiri. Vasannò, se vossia ha qualichi cosa di contrario, la storia finisci qua. E io in chiesa ancora ci vegnu, certo, ma non acchiano cchiù qua sopra a venirla a trovare. Ci pensasse. Ci lascio tempo fino a mercordì.» Si susì, niscì. Craac fece la scala. Il parrino era vagnàto di sudore. I due cannilèri a sei braccia d'argento massic- cio! Ma era nisciùta pazza quella fìmmina? Sì, e lui certa- mente macari era pazzo per quella fìmmina. Si susì di scat- to, andò alla porta.Trisìna era arrivata ai piedi della scala. «Trisì!» «Eh?» «Due volte?» «Una solamente.» E fece per muoversi. «Aspetta!» implorò il parrino. Vedeva sotto di lui la scala di legno e gli pareva di sta- re affacciato davanti alla scinnùta per lo inferno. «S'addecidi, o no?» spiò Trisìna. Si decise. «Non c'è bisogno d'arrivare a mercordì. Vieni domani matina.» Arrivò all'Intendenza ch'erano le otto spaccate, Stid- druzzo ci aveva impiegato tre quarti d'ora dalla casa a Montelusa. Smontò, portò il cavallo nella scuderia dell'In- tendenza, lo consegnò agli addetti. Salì direttamente nell'officio dell'intendente che quel- la mattina pareva di particolare malumore. «Buongiorno, ragioniere. Oggi non sono veramente...» «Non le ruberò molto tempo, signor intendente. Le chiedo solo di sapere chi sono La Mantìa e Fasùlo.» «Eh?» fece il commendator La Pergola. «La Mantìa e Fasùlo si chiamano, secondo quello che mi ha riferito l'usciere Caminiti, i due signori che sono venuti, debi- tamente da lei autorizzati, a rovistare tra le carte di Bendicò.» «Ah, sì. Ora mi ricordo» disse, tentando un sorriso e recitando malissimo, il commendatore. «In effetti avevano il mio permesso. La Mantìa è il vice del delegato Spampi- nato, sperava di trovare qualche indizio che contribuisse alla scoperta dell'autore dell'omicidio.» «Capisco. E ha trovato qualcosa?» «No, niente.» «E l'altro?» «L'avvocato Fasùlo, sa, è un orno pio e pronto a farsi in quattro per gli altri.» «Non capisco, mi scusi.» «Vede, è una quistione assai delicata... Al povero Ben- dicò piacevano le fìmmine... Assai gli piacevano... pare a- vesse un'amante giovanissima...» «Sì, va bene, ma perché questo avvocato Fasùlo...» «È un orno pio, le ho detto, generoso... Temeva che tra le carte di Bendicò ci fossero lettere, biglietti compromet- tenti. .. Non voleva che la povera vedova Bendicò, oltre al dolore per la perdita del consorte, dovesse patire qualche altro dispiacere.» Stava a contare storie, era chiaro. Giovanni non volle andare oltre, per il momento. «La ringrazio, signor intendente.» Il commendatore non ce la fece a tenere un sospiro di sollievo. «Ragioniere, voglio avvertirla che ho fatto convocare per le undici di stamattina i suoi sottoispettori.» Appena lo vide comparire nel corridoio, Caminiti s'al- zò e gli andò incontro. «Baciamulimani.» «Sentite, Caminiti, quando volete salutarmi dite sem- plicemente buongiorno o buonasera.» «Comu voli voscienza» fece freddo l'usciere. «Vi siete offeso?» «E sissignura ca m'offinnìi! Questo significa che vossia non mi voli dari nisciuna confidenzia! Bongiorno e bona- sira si dice a uno stràneo!» «Va bene, Caminiti, fate come volete.» Stava per entrare nell'officio, ma si fermò sulla porta, stupito. «Ogni lunedì matina, alle sei, vènino le fìmmine a puli- ziare» spiegò Caminiti ch'era alle sue spalle. «Stamatina ci venni macari io, mi scantavo ca quelle si portavano le car- te che interessavano a vossia. Ce li feci mettere sulla scri- vania.» Il balcone brillava, i vetri anche. Avevano lucidato per- sino il legno della scrivania, non c'era un grano di polvere sulle carpette delle pratiche. «Vi ringrazio» disse Giovanni e chiuse la porta alle spalle dell'usciere. Sedette e tirò a sé le carte di Bendicò. C'era un grande disegno della provincia, fatto assai rozza- mente, ma dove erano segnati tutti gli ottantadue mulini, divisi per distretti. A penna, in ogni distretto, c'era anche scritto il nome del sottoispettore responsabile: gli sarebbe tornato comodo quando i suoi dipendenti fossero venuti a rapporto. Notò che, a ogni minimo movimento che faceva, la scrivania si metteva a traballare e si chinò a guardare: uno dei due piedi di destra, il più vicino a lui, era visibil- mente più corto dell'altro. E infatti gli vide d'accosto un tocco di carta più volte ripiegato che serviva a tenerlo pareggiato, forse che per pulire la stanza era stato sposta- to inavvertitamente. Si alzò, s'inginocchiò, tentò d'infilare nuovamente il pezzo di carta sotto il piede senza riuscirci. Bisognava ripiegarlo in modo diverso, con l'umidità del pavimento lavato si era come dilatato. Lo spiegò e s'accor- se che si trattava di una carta della provincia in tutto ugua- le a quella che aveva messo da parte poco prima, solo che in questa i quadratini che rappresentavano i mulini erano circondati da circoletti a matita, alcuni rossi, altri blu. Che significava? Un senso però c'era sicuramente. Pigliò un pezzo di carta qualsiasi e lo sistemò sotto il piede corto. Posò la carta topografica sul piano della scrivania, la stirò più volte col palmo delle mani, si mise a studiarla. Alle undici e un quarto sentì bussare. Ripiegò la carta e l'infilò nel cassetto centrale della scrivania. «Avanti.» «Ci sarebbero i sottoispettori» fece Caminiti con solo mezza testa dentro. «Ne ammanca solo uno ca è malato.» «Va bene, falli entrare» disse Giovanni alzandosi. S'aspettava che entrassero in gruppo e invece si pre- sentarono uno alla volta, seguendo un rigoroso ordine alfa- betico. «Abbate Nicola.» Una specie di nano dalla testa smisurata. «Abbate Pietro.» Un altro nano, con la testa da spillo. «Siete fratelli?» gli venne di domandare a Giovanni. «No» fece il nano Pietro scostandosi dal nano Nicola di un passo e guardandolo con una punta di sprezzo. «Bongiovì Gerlando.» Un terzo nano a forma di botte. Giovanni cominciò a insospettirsi. Era una burla? Lo volevano mettere alla prova? «Brancate Ettore.» Quarantenne, statura media, normale. Giovanni tirò un sospiro di sollievo. «Carcarò Gesualdo.» Strabismo accentuato, per il resto abbastanza insignifi- cante. «Cumella Antonio.» Spilungone, dovette abbassare la testa per entrare dal- la porta. «Errore Emanuele.» Era veramente un errore, uno sbaglio della natura. Una scimmia che riusciva contemporaneamente, per una serie di tic nervosi tra di loro collegati, ad alzare il piede sinistro chiudendo l'occhio destro storcendo la bocca a sinistra e scostando dal fianco il braccio destro. Il tutto convulsa- mente. Al posto del sottoispettore successivo, apparve la testa di Caminiti: «Fragapane Filippo manca, è quello che gli dissi malatosi». «Grasso Salvatore.» Teneva fede al cognome, un poco grasso, questo sì, ma per il resto, ringraziando Dio, tutto in regola. «Stracuzzi Ottavio.» Uno come tanti. «Caminiti! Portate delle sedie per i signori!» fece Giovanni. «Non ce n'è di bisogno» disse Carcarò con un occhio a Cristo e l'altro a san Giovanni. Era il portavoce della bella squadra. «Come sapete, è da appena tre ore che ho preso pos- sesso del mio officio e non ho ancora avuto modo di ren- dermi conto dei problemi che certamente ci sono. Questa convocazione, che io ritengo prematura, l'ha voluta il si- gnor intendente senza consultarmi. Scorrendo alcune carte del mio defunto predecessore, ho constatato che venivate convocati a rapporto mensilmente. In base a questi vostri rapporti, Bendicò stendeva una relazione al signor inten- dente per gli opportuni provvedimenti. Ho capito bene?» «Bene capì» disse Carcarò. «Una domanda: ogni quanto tempo Bendicò veniva di persona nei vostri distretti per il riscontro dei vostri accer- tamenti?» «Domanda se il ragioniere bonarma veniva pirsonal- mente da noi?» domandò Carcarò volendo esser sicuro d'aver capito bene prima di rispondere. «Esattamente.» «Ci permette se ci ragioniamo tanticchia tra noi?» domandò Carcarò. «Facciano pure.» Si misero in circolo. Prima cominciarono a discutere sussurrando, poi i toni si alzarono, ma Giovanni non ci capì lo stesso nemmeno una parola. I tre nani ogni tanto si solle- vavano sulla punta dei piedi per far giungere meglio la loro voce agli altri. Alla fine ripresero lo schieramento iniziale. «Da noi non l'abbiamo mai veduto, non si è mai cata- minato dal suo officio» disse Carcarò. Giovanni non si meravigliò, non fece commenti, l'ave- va già capito che le cose procedevano in quel modo. «S'affidava a noi, ci aveva fiducia completa» proseguì Carcarò. Ecco perché si erano consultati tra di loro! Avevano preparato il tranello, la trappola! Lo volevano incastrare con quelle parole in apparenza innocenti: se tu cambi le cose da come stanno, vuoi dire che non hai fiducia in noi e quindi ci avrai nemici, se invece non cambi le cose vuoi dire che sei una persona con la quale si può trattare. Erano tutti in attesa della sua risposta e lo guardavano con intensità, persino gli occhi strabici di Carcarò cercava- no di convergere al centro. «Non si tratta di avere fiducia o meno» replicò, sfor- zandosi di non apparire sgarbato, «ma di fare il lavoro per il quale si è pagati.» «E questo giusto è» ammise Carcarò. «Quindi io, quando e come lo riterrò opportuno, verrò di persona nei vostri distretti a controllare i mulini. Ripeto: non si tratta di mancanza di fiducia nei vostri confronti.» «Prima di venìri ci avvertirà?» «No, naturalmente.» «E questa non la chiama mancanza di fiducia?» Ci furono risatine e mormorii tra i sottoispettori. Car- carò si beò per il successo ottenuto. «Questo primo incontro si chiude qua» disse fermo Giovanni. «Un'ultima cosa ho da dirvi: per presentare i rapporti, sarete convocati quindicinalmente e non mensil- mente come avete finora fatto.» Sentì, materialmente, fermarsi il respiro dei sottoispet- tori. «Bongiorno» fece poi per tutti Carcarò. Appena i sottoispettori se ne furono andati, chiuse la porta a chiave ed aprì la finestra: l'officio era grande, ma tan- te persone in quella stanza facevano lo stesso mancare l'aria. O perché voleva scacciare la pessima impressione che quel- li gli avevano fatto? Tirò fuori nuovamente la carta topogra- fica ch'era servita per il piede della scrivania e andò a cer- carvi il distretto di Carcarò. Era il più grande di tutti, si estendeva da Santa Elisabetta a Canicattì, passando per A- ragona, Comitini, Grotte, Racalmuto, Castrofilippo. Com- prendeva dieci degli ottantadue mulini. Prese dal classifica- tore i rapporti mensili di Carcarò e cominciò a studiarseli. C'era qualcosa che non quadrava, ma non capiva cosa. Bussarono. Rimise la carta nel cassetto centrale, lo chiuse a chiave, s'infilò la chiave in tasca, ricollocò nel clas- sificatore i rapporti di Carcarò, andò ad aprire. «Non c'è bisogno ca vossia chiude con la chiavi. Io davanti alla porta sto e non faccio trasìri a nisciuno» fece, sostenuto, Caminiti. Madonna santa, quant'erano tutti suscettibili! «Che c'è?» «C'è che sua cillenza l'intindenti la voli vidìri.» «Va bene, poi ci passo.» «Ma è già l'una! Doppo, sua cillenza va a mangiare!» Già l'una? Il commendatore pareva un poco a disagio. «Mi scusi, ragioniere, se l'ho fatta chiamare. Non vorrei apparire come uno che voglia intromettersi nel suo operare...» «Non ci penso nemmeno. Lei è il mio superiore.» «Guardi, ragioniere, non è questo il tono giusto da dare al nostro colloquio. Niente superiore e niente inferio- re. Vorrei, come dire, paternamente, ecco, invitarla a riflet- tere su una disposizione che lei ha impartito ai suoi sottoi- spettori.» «Sono venuti a protestare con lei?» «Per carità! Protestare! Non si permetterebbero mai! Non a protestare vennero, ma a esporre, serenamente, un certo... un certo...» «Sconcerto?» suggerì Giovanni. L'intendente però non afferrò l'ironia. «Ecco, bravo! Sconcerto è la parola giusta!» «E lo sconcerto lo provano perché ho loro detto che andrò di persona a controllare, senza preavviso, il loro ope- rato? O nasce perché voglio un rapporto quindicinale?» «Senta, ragioniere. Io stesso ho sollecitato diverse vol- te Bendicò a eseguire delle ispezioni di persona... ma, vede, era molto malato di cuore la bonarma, mi creda, ogni minimo movimento gli costava grave nocumento.» Ma come? Bendicò aveva un piede nella fossa, stava più di là che di qua e intanto se ne andava a fottere a drit- ta e a manca? «E se lei ben ricorda» proseguì il commendatore «io le misi a disposizione una carrozza perché ritengo sia preci- puo dovere di un ispettore capo dell'Intendenza, ripeto: precipuo...» «Allora si lamentano per la convocazione quindicina- le?» interruppe sgarbatamente Giovanni. «Ecco, lei deve capire, ragioniere, che qui le strade non sono come quelle di Reggio Emilia... Le rotabili sono scar- se, perlopiù si tratta di disagevoli mulattiere, infami traz- zere... e le distanze ci sono, sa? Quindi, farli venire a Montelusa ogni quindici giorni significa sottoporre questa povera gente, senza ragione alcuna, a viaggi non dico peri- gliosi, ma...» «Lei quindi, mi pare di capire, non è d'accordo.» «Non si tratta d'essere d'accordo o no, ma d'esamina- re la quistione dal punto di vista del buonsenso e dell'u- manità. Come lei saprà, essi non sono dipendenti in pian- ta stabile, si tratta di personale assunto temporaneamente che integra il misero stipendio con una minima percentua- le sulle multe.» «Mi tolga una curiosità. Da chi sono stati assunti?» «Da Bendicò. È l'usanza. Ogni nuovo ispettore capo può, se vuole, scegliere persone di sua fiducia.» «Quindi io potrei licenziarli?» «Ora come ora no, non può. Deve aspettare la scadenza del contratto annuale. Il loro cessa il 30 dicembre prossimo. Nel caso lei volesse procedere in questo senso, e dato che qui lei non ha molte conoscenze, la consiglio di fare come hanno fatto i suoi predecessori Tuttobene e Bendicò.» «E come hanno fatto?» «Si sono rivolti all'avvocato Fasùlo. Essendo un orno pio, ha una lista di bisognosi, ma perbene, di tutta la pro- vincia.» «Signor intendente, io, se lei lo desidera, revoco la convocazione quindicinale dei sottoispettori. Ma conside- ri che, se lo faccio, si convinceranno che basta venire a protestare da lei perché io sia costretto a rimangiarmi gli ordini.» "Questo Bovara è uno strunzo" pinsò l'intendenti che sapìva navicare nel bono e nel malo tempo "ed è uno strunzo che fa il furbo. Ma devi ancora nàsciri chi me lo metterà 'nculu." «Senta, ragioniere, io le ho esposto solamente il pro- blema. Decida lei per il meglio.» Alle nove di quell'istesso matino di lunedì 3 di settem- biro, don Memè Moro s'appresentò nello studio dell'awo- cato Fasùlo. Ci mise una mezzorata a dire quello che l'an- gustiava. «Riferirò» disse alla fine l'avvocato «e le farò sapere.» Alle dieci e un quarto di quell'istesso matino di lunedì 3 di settembiro, s'appresentò il ricevitore postale cavaleri Bruc- culeri. Lui ci mise un'orata scarsa a mettere al corrente l'av- vocato della facenna che gli aveva levato l'onori e il sonno. «Riferirò» disse alla fine l'avvocato «e le farò sapere.» A mezzojorno passato di quell'istesso matino di lunedì 3 di settembiro, patre Carnazza fece la so' comparsa. Ci volliro sì e no una decina di minuti per spiegare la preoc- cupazione che gli dava quel cornuto di Brucculeri che si e- ra sentito prudere le corna. «Riferirò» disse alla fine l'avvocato «e le farò sapere.» E datosi ch'era un orno pio, si susì, piegò un ginocchio e vaso la mano al parrino. «Voli ca scinno a pigliàricci qualichi cosa di mangiari?» spiò Caminiti. «No, grazie, andate pure. Ci vediamo più tardi.» Aveva appetito ma non voleva ripetere la storia di saba- to con il misterioso don Cocò che gli offriva da mangiare e da bere e lui che doveva rifiutare. Quando stimò che l'usciere non si trovava più nei pa- raggi, uscì dall'officio, entrò nell'osteria ch'era a pochi passi dall'Intendenza. C'era un tavolo occupato da quattro muratori. 84 «C'avemu?» si sorprese a spiare in dialetto al patrone ch'era macari cammarèri. Mangiò cavatuna fatti all'oglio, pipi nìvuro e cacio picorino; doppo si fece portare un piatto di sarde salate condite con oglio, acìto e origano. Si scolò mezzo litro. «Quantu veni u cuntu?» «Nenti, vossia non paga.» «Che viene a dire?» «Vossia si chiama Bovara ed è il novo capo ispettori?» «Sì.» «Allura, tutto pagatu.» «E cu è chi pagò?» Sapeva già la risposta. «Don Cocò Afflitto mi ha dato ordine ca si vossia met- teva pedi ccà dintra e mangiava, vossia non doveva piglia- re in mano il portafogliu.» «Senta, non posso accettare, non se ne parla nemme- no. Mi dica quant'è e facciamola finita con questa perse- cuzione!» «Sintissi, signor ispettori. È inutile ca vossia si mette a parlare taliàno con mia. Io i soldi so' non me li posso pigliari, va beni?» «Buongiorno» fece Giovanni. E uscì. Aveva l'impressione che le sue narici fumassero come quelle di un toro infuriato. Ancora lunedì 3 settembre 1877 Alle quattro di doppopranzo la carrozza di donna Trisìna si fermò davanti al cancelletto di legno lasciato accostato. La fìmmina sporgi la testa dal finestrino, taliò la casa. Porte e finestre serrate, ma non si fidava, non voleva fare mala figura. «Vai a tuppiàre alla porta» disse a Michilinu. Il picciotto lassò le redini e corse lungo il viottolo. Donna Trisìna lo vide tuppiàre diverse volte, ma nisciuno venne a raprìri. Rassicurata, scinnì, andò alla porta; tirò fora da una sacchetta della sottogonna un chiavino, due l'aveva dati all'inguelìno, uno invece se l'era tenuto pirchì non si sa mai, raprì, trasì. Il forestèri aveva abitato la casa manco da una jornata e mezza e già si vedeva quel disordi- ne che gli omini usano fare. Acchianò nella càmmara di dormiri: l'inguelìno non si era rifatto il letto. Glielo ricon- zò lei, amorosamente, i linzòli tirati che parevano attaccati con la colla. Raprì la porta del cammarìno di còmmodo, sturcì la bocca per la puzza, il cantaro era pieno. «Michilinu!» t> «Cumanni» fece il picciotto dalla càmmara di sotto. fi «Acchiana, piglia u càntaro e vallo a svacantare darre la tasa, nel fosso, e dopo lo lavi con l'acqua del pozzo.» Mentre Michilinu faceva quello che la patrona gli ave- va ordinato, donna Trisìna mise a posto la càmmara di mangiari. «Michilinu!» «Cumanni.» «Piglia i pacchi dalla carrozza e portali qua.» Deci minuti appresso sul tavolo c'erano un sacchetto con dintra cento grammi di cafè bono, un altro con tre- cento grammi di zùccaro, mezzo chilo di farina, un chilo di pasta fina di Napoli, tre tazzine di porcellana con sottotaz- ze, un cucchiarino di vero argento, un rotolo di tela mata- pollo finissima per fare camicie, un lume di bronzo. Donna Trisìna taliò tutta quella robba compiaciuta. Il giorno appresso ci avrebbe portato macari due lucenti, pisanti cannilèri d'argento massiccio a sei vrazza. Che le pigliava? Quello che sentiva per quell'omo, metà forestèri e metà paisano, non l'aveva mai provato prima. Alle cinque del pomeriggio, con la testa in fiamme che gli doleva per la fatica, con gli occhi diventati quasi strambi a for- za di confrontare i rapporti dei sottoispettori con la carta topografica trovata sotto lo scagno, con l'indice e il dito gros- so rattrappiti per stringere l'asticciòla metallica del calcolato- re "Super velox" che portava sempre in tasca, finalmente sco- prì il significato dei circoletti rosso e blu. I circoletti rossi segnavano quante volte un mulino era stato multato per infra- zioni di poco conto, quelli blu indicavano veri e propri reati come l'alterazione del registro contabile o la mancata denun- cia di molitura. Tutte infrazioni che comportavano multe salatissime o la chiusura del mulino per un periodo di tempo da un mese in su e persino l'arresto del titolare. Senonché i circoletti rossi e quelli blu venivano segnati a scadenze preci- se, seguendo un turno evidentemente prestabilito. Tutto questo stava a significare, in parole povere, che in base a un accordo i titolari pagavano, attraverso quelle multe concordate, una cifra fissa ai sottoispettori. I quali, naturalmente, si guardavano bene dall'effettuare vere ispe- zioni; forse nemmeno conoscevano l'indirizzo del mulino, lasciando liberi i mugnai di fare i comodi loro. Era una vera e propria mappa della mangiuga quella che Bendicò teneva ingegnosamente nascosta in un nascondiglio che il santuomo avvocato Fasùlo e il vicedelegato La Mantìa non erano riusciti a trovare, perché questo pape erano venuti di sicuro a cercare, altro che elementi per l'indagine o lettere d'amore, come aveva sostenuto l'intendente. E ora, che fare? Si macerò il cervello ancora un poco poi trovò anche questa soluzione. Doveva avere tra le mani una prova incontrovertibile da far vedere al suo superiore. Fece anco- ra dei calcoli, quindi prese un foglio di carta intestata del- l'Intendenza e scrisse: "Montelusa, li 3 settembre 1877. Io sottoscritto Bovara Giovanni, ispettore capo ai mulini in servizio presso l'In- tendenza di Finanza di Montelusa, affermo che, nella riu- nione con i sottoispettori, da me convocata per il 18 set- tembre p.v., accadrà quanto segue: il sottoispettore Abbate Nicola dichiarerà nel suo rapporto d'avere rilevato una grave infrazione nel mulino 'San Giuseppe'; il sottoispettore Brancate Ettore dichiarerà due infra- zioni leggere nei mulini 'Santa Lucia' e 'Cristo Re'; il sottoispettore Cumella Antonio un'infrazione legge- ra e una grave rispettivamente nei mulini 'San Gerlando' e 'SanCalogero'; il sottoispettore Fragapane Filippo (da notare che non ho avuto modo di conoscerlo non essendosi presentato per sopravvenuta malattia) due infrazioni gravi nei mulini 'Santa Rosalia' e 'Sant'Agata' e una leggera nel mulino 'Santissimi Cosma e Damiano'. I rimanenti sottoispettori, nei loro rapporti, non rileve- ranno infrazione alcuna. Di questa lettera, che indirizzo a me stesso, farà fede il timbro postale." Firmò, pigliò una busta senza intestazione, ci scrisse il suo indirizzo presso l'Intendenza, la chiuse. Guardò l'oro- logio, si erano fatte le sei. «Caminiti!» «Ai cumanni!» «Vado via, a casa ho ancora molte cose da sistemare.» «Tanto negli offici non c'è cchiù nisciuno.» «Ma l'orario non è fino alle otto?» «Certo. E che viene a dire? Alle sei ccà dintra non c'è nisciuno.» «Sentite, io dovrei andare prima alla posta e poi a far- mi tagliare i capelli. Come faccio per il cavallo?» «U cavaddro lo pò lassare nella carrozzeria. Il signor intendenti ha dato ordine che deve restare aperta infino a mezzanotti pirchì certe volti ci servi la carrozza. Epperciò un cavallante c'è sempre.» «Mi sapreste indicare dov'è la posta?» «Mi dassi a mia la littra ca ce la faccio spidìri con l'al- tra posta dell'officio.» «No, è corrispondenza privata.» «Ebbe? Il ragioniere Bartolino ca scrive alla zita, l'in- caricato Crisafulli ca scrive a so' frati, il...» «Sentite, non m'interessa quello che fanno gli altri. Ditemi solo dov'è l'officina postale.» «Comu vole vossia. Appena è fora dell'Intendenza, gira a mancina, fa tutta la strata, gira ancora a mancina e quel- la è la posta.» «Grazie. Un buon barbiere?» «Il meglio del paìsi. Ha prisenti l'albergo Gellia? Due porte appresso, c'è scritto Salone Ingrassia.» Il sacristano sonò la campanella e patre Carnazza trasì dalla sacristìa per la funzione del pèspero. Fece tre passi in direzione dell'altare maggiore, si fermò, si portò una mano all'altezza del core, variò a dritta e a mancina, si piegò sul- le ginocchia. «Matre santissima! Male si sente u parrino!» fece voce una parrocciana prontamente sièrica. In quattro o cinco tra mascoli e fìmmine si precipitarono oltre la balaustra, tenne- ro addritta patre Carnazza che minazzava di cadere in terra. «Chi fu, parrì?» «Che si sentì, parrì?» «Non ci facesse scantare, parrì!» Patre Carnazza dava l'impressione d'assufficare, non riniscìva a parlare. «Aria! Aria!» fece uno. «Chiamate u dutturi!» fece un altro. Le due voci vennero sovrastate da quella della signora Cuccurullo Ersilia in Imbrò, fìmmina inclinata alla trage- dia, che una volta aveva scangiato per terremoto una sul- lenne piritàta del consorte: «Nenti! Nenti! Morto è.» E intonò, con voce acutissima, un Inno per un'anima che lascia il mondo scritto e musicato dallo stesso patre Carnazza che ogni tanto di cose spirituali si dilettava: "Mondo più per me non sei, Io per te non sono più! Tutti già gli affetti miei Gli ho donati al mio Gesù." «Basta accussì! Meglio sto!» gridò il parrino che pati- va di superstizione e si era perciò atterrito all'iniziativa del- la signora Cuccurullo. Si bevve un bicchiere d'acqua che qualichiduno gli ave- va portato e, indicando l'altare maggiore con l'indice che gli tremoliava, parlò accussì vascio che in molti non lo sen- tirono: «I cannilèri!» Tutti i fìdeli solamente in quel preciso momento s'ad- dunarono che i cannilèri d'argento non erano più al loro posto. «Si l'arrubbarono!» disse patre Carnazza. «Si l'arrubbarono!» fece il coro dei fìdeli segnandosi. «Sagrilegio!» gridò patre Carnazza. «Sagrilegio!» ripetè il coro. Prontissima, la signora Ersilia Cuccurullo in Imbrò in- tonò un inno, Quale è il frutto del peccato? originariamen- te in latino, ma che nella sua versione suonava pressappo- co accussì: "Quali fruttum habuisti del piccatu ca facisti? Nelle fiammi dell'inferno ora arrosti a foco eterno." «Andiamo a denunziare questo furto sagrilego!» ordi- nò patre Carnazza che pareva tanticchia arripigliato dal sintomo di prima. «A denunziare! A denunziare!» fece il coro. Niscìrono tutti dalla chiesa. A qualichiduno ci parse una processione e s'inginocchiò. Spedita la lettera, Giovanni risalì la via Atenea, stavol- ta quasi deserta, incontrò i tre giovanetti che ciondolava- no tristemente non avendo chi salutare. Trovò il salone del barbiere ed entrò. Era senza clienti, la maggiore affluenza di barba e capelli cade di sabato. C'era un uomo in camice bianco quasi della sua stessa età e un bambi- no con una spazzoletta in mano che si guardava nello specchio. «S'accomodasse» fece l'uomo indicandogli una delle tre sedie del salone. «Un'accorciatina ai capelli e una spuntatina ai baffi» disse Giovanni sedendosi. «E la barba non la vogliamo fare?» «Facciamola» acconsentì Giovanni. Il barbiere gli annodò attorno al collo un asciugamano grande quanto un lenzuolo e cominciò a lavorare. E, natu- ralmente, a parlare. «Vossia forestièri è?» Chissà perché, non ebbe il coraggio di dirgli una cosa per un'altra. «Veramente sono nato a Vigàta, ma poi...» «Aspittasse un momento!» l'interruppe il barbiere restando con la forbice a mezz'aria. «Vossia per caso non è il novo ispettori capo che viene da Reggio Emilia?» «Sì» rispose irritato Giovanni. Figurarsi se in un paese come quello non conoscevano tutto di tutti! E con la curiosità che ogni forestiero fa na- scere, poi! «Stamatina ne parlavano qua, in salone. Ma non capii bene il suo cognomi.» «Bovara» disse a denti stretti Giovanni. Non si trattava più delle quattro chiacchiere in un salo- ne da barbiere, ma di un interrogatorio sbirresco. «Ah» commentò il barbiere e ripigliò a lavorare in un silenzio che Giovanni intuiva provvisorio. E infatti. «Mi scusasse, signor ispettori. Suo patri si chiamava Pietro e so' matre Di Stefano Carmela?» Erano riusciti persino a conoscere con esattezza i suoi dati anagrafici! Come diavolo avevano fatto? «Sì, ma lei come ha fatto a sapere...» «Me' matre si chiamava Di Stefano Giuseppa ed era la sorella maggiore di so' matre Carmela. Poi si maritò con Ingrassia Filippo che era me' patre. Cuscini striiti, di pri- mu gradu, siamu.» Un cugino! E venne travolto dal ciclone Fefè Ingrassia: sollevato dalla sedia con il lenzuolo al collo, abbracciato, baciato, stritolato, sbatacchiato. «Ora chiudo il salone e tu veni a mangiare a casa mia, veni ad accanoscere a me' mogliere e ai me' figli!» «Questo è uno?» domandò Giovanni indicando il ra- gazzino impietrito con la spazzola in mano. «No, questo è un nipote. Maria santissima! Di chiàngi- ri mi viene per la commozione! Basta, chiudiamo!» «Non finisci di tagliarmi i capelli?» chiese timidamen- te Giovanni. «Non posso, cuscino mio, propio non posso. Vidi? Mi trema troppo la mano. Ti farei i capiddri scale scale.» Il diligalo Spampinato fece firmare a patre Carnazza la denunzia del furto dei due cannilèri e doppo spiò al sacri- stano: «A che ora hai chiuso la porta della chiesa?» «Alii due di doppopranzo e la raprìi alle quattro che già f'era la signura Ersilia ca aspittava pi trasìri.» «E quindi hai addrumato i cannilèri.» «Nonsi.» «E pirchì? Forse che i cannilèri non c'erano più?» «Nonsi, io non vitti se c'erano o non c'erano. I cannilè- ri vanno addrumati sulamente pi la santa messa di la domì- nica matina.» «Bisogna fare un sopralloco» disse La Mantìa, il vice- diligato. «Indovi?» spiò patre Carnazza allarmato. I cannilèri li aveva propio sul tavolino della càmmara di mangiari, già esposti e pronti per la venuta di Trisìna la matina appresso. «Come, indovi? In chiesa, e se è di necessario, macari in sacristìa e nel quartino di vossia» si risentì La Mantìa. «Nzamà, Signore!» reagì il parrino. «Una periquisizio- ne nella mia casa sarebbe sagrilegio!» «Ma comu?» s'infuscò La Mantìa. «In chiesa sì e in casa vostra no?» «La chiesa è di tutti, la casa mia è mia. E v'avverto: se periquisite la me' casa, le fiamme dell'inferno v'abbrusce- ranno per l'eternità! Anatema sopra a voi, sopra i vostri figli e sopra i figli dei vostri figli!» «Sopra i figli dei vostri figli!» fece il coro a voce vascia e minacciosa. «Va bene, va bene» troncò Spampinato che non crede- va a niente, ma che era della piniòne che per il sì o per il no meglio sempre era quartiarsi. «Andiamo a dare un'occhia- ta solamenti in chiesa.» Niscirono in processione dalla delegazione. E subito si sparsero in paisi due voci contrastanti. La prima era che il diligato si era finalmente pirsuaso ad arrestare quell'anima dannata di patre Carnazza. La seconda era che il diligato Spampinato, miscredente e bestemmiatore, in seguito a un'apparizione notturna della Madonna, si fosse di colpo convertito e andasse in chiesa a domandare pirdono dei piccatazzi suoi. Trascinato in casa di Fefè Ingrassia, Giovanni venne pre- sentato alla di lui consorte Sarafina, madre dolorosa di due piccoli delinquenti comuni, Michele di anni dieci e Saverio di anni otto, i quali non fecero altro che picchiarsi, piange- re e inseguirsi da una stanza all'altra sbattendo le porte. Mangiarono pasta asciutta, coniglio alla cacciatora, cacio con le spezie. In previsione degli inevitabili incubi notturni da difficile digestione, Giovanni tentò di rifiutare una por- zione gigante di cassata, ma non ci fu verso. Il cugino Fefè evidentemente, col suo mestiere di barbiere, non se la dove- va passare tanto male. Durante la cena, parlarono della loro parentela, ma non c'era la possibilità d'avere memorie comuni. Quindi la signora Sarafina, a forza di schiaffoni e qualche pedata, costrinse i due delinquenti ad andare a let- to e anche lei ci andò, stremata. I due uomini restarono soli. La chiacchierata, iniziata alle otto e mezzo, finì tre ore dopo. Chiacchierata per modo di dire, perché parlò quasi sempre Fefè Ingrassia. E così Giovanni apprese che: - la 'ngiuria, o soprannome, con la quale il suo superiore era canosciuto a Montelusa e dintorni era quella di "scra- faglio merdarolo" e ne ebbe spiegate le ragioni con abbon- danza d'esempi; - la so' patrona di casa, donna Trisìna Ciceroy era indub- biamente una grandissima buttana. Beddra, questo non si discuteva, ma cajorda. Vivo il pòviro marito, gli aveva messo le corna prima con Arazio Stancampiano, commer- ciante di frutta e virdùra, doppo con Totò Lopresti, possi- dente, e doppo ancora con il geometra Trimarchi. Morto il marito, si era messa prima con Gnazio Spampanato, frati del diligato, doppo con l'avvocato Fasùlo e doppo ancora con patre Carnazza, parroco della Matrice; - il quale patre Carnazza era cògnito che, oltre ad essere un grannissimo fimminàro, usava praticare prestiti di denaro. Dalle parrocciane si faceva pagare in natura. Agli òmini invece li scorciàva vivi, gli levava la pelle. Il pòviro Tinino Fiannàca si era attaccato una màzzara al collo e si era gettato nel mare di Vigàta propio parchi, per un pre- stito di cinquemila lire, il parrino l'aveva arridotto in miseria; - il quale patre Carnazza, sempre lui, prima o doppo, le avrebbe pagate tutte col palmo e la gnutticatùra («Eh?» fece Giovanni. «Ti lo scordasti come si dici? È la misura del panno: un palmo e un pollice ripiegato per buon peso.») Qualichi marito giluso. O qualichiduno che aven- do avuto pristàto deci ne doveva restituire mille. Ah, noti- zia fresca fresca: prima di donna Trisìna, il parrino ficcava con si-donna Romilda Brucculeri, mogliere del ricevitore postale. Ebbene, il giorno avanti il signor ricevitore era sta- to visto da tutti passiare nirbùsamente davanti alla chiesa e doppo trasìri nella chiesa stessa quanno non c'erano cchiù funzioni! Lui, che non ci metteva mai piede! I paisani ave- vano fatta la supposta che il ricevitore aveva, in ritardo, sa- puto della tresca e voleva ora spiare conto e ragione al par- rino. Il cornuto pacinzioso, quando perde la pacienza, è pricolòso assai; - il quale patre Carnazza, sempre e ogni sempre lui, stava facendo nèsciri pazzo il cuscino don Memè Moro, che si era visto privare di una grossa eredità dai maneggi del par- rino. A Memè Moro ci restava solamente il fondo Pircoco, ma era piniòne comune che macari quello finiva nelle rac- chette di patre Carnazza. Allora chi l'avrebbe più tenuto a don Memè Moro? Certo come la morte che Memè avreb- be sparato al cuscino parrino; - a proposito di sparatine, Bendicò, il predecessore di Giovanni, era stato ammazzato, pare, perché gli era venu- ta troppa fame, vale a dire che non si contentava cchiù della parte che gli veniva passata per non ispezionare i mulini ("Allora secondo te sarebbero stati i mugnai ad ammazzarlo?" aveva spiato Giovanni. E Fefè, strammà- to: "I mugnai? Ma che ti passa per la testa? Bendicò cchiù soldi non li voleva da loro! Quelli dei molíni, se qualichiduno gli ordina di dire che il vino è acqua, lo dicono"); - a proposito di acqua, il predecessore del predecessore, Tuttobene, non era caduto in mare, ma vi era stato gettato per l'istesse ragioni per le quali Bendicò era stato arritro- vato in un vallone mangiato dai cani; - che uno che voleva campare in santa pace a Montelusa doveva semplicementi fare attenzioni a non distrubbàre l'avvocato Fasùlo, il quale... «Chi è don Cocò Afflitto?» l'interruppe Giovanni. Non s'aspettava di provocare la reazione che seguì. Fefè Ingrassia letteralmente saltò dalla seggia, si precipitò a chiudere la finestra. «Pirchì m'hai fatto questa dimanda, eh?» «Ma io volevo...» Tu questa dimanda a me non la dovevi fare! È meglio che ce ne andiamo a dormìri. S'è fatto tardo.» Sulla porta, di scatto, Fefè abbracciò forte il cugino. «Guardati!» gli murmuriò all'orecchio. Giovanni sorrise. «Pensano che sono destinato a fare la stessa fine di Tuttobene e di Bendicò? Lo pensi macari tu?» Fefè Ingrassia si fingi ammaravigliato. «Ma che ti passa per la testa? Io ti dissi di guardarti pir- chì stanotti fa tanticchia d'umidità.» Che bella nottata! O ciao da lunn-a o s'allargava in scià campagna, paiva de giorno, no passava unna fia de vento, giusto quarche baietto de can, quarche grillo cantadó... A cavallo o Giovanni o chinava zù verso a cà de Vigàta e o s'abbrancava comme un ch'o s'è perso pe mà a-a sò len- gua zeneise, quella inta qua: o l'aiva impreiso à vive e à raxonà, pe sarvàse da-o mà grande di mocchetti, di cixti, di sospetti, de fàscitx inte qua; o 1'éa squxxi negòu appreuvo a-o cixzà in sigilian de sò coxin Fefè. FALDONE A. All'Eccellentissimo Intendente di Finanza Montelusa (a mano) Montelusa, li 10 settembre 1877 OGGETTO: Rapporto dell'Ispettore capo ai molini Bovara Giovanni Dopo scrupoloso, attento e reiterato esame della diloca- zione dei molini agenti nella Provincia di Montelusa, stu- dio portato a compimento mercé le carte topografiche offi- ziali fatte pervenire al mio Officio, appresso mia formale richiesta, dalla cortesia della Signoria vostra ill.ma, ren- deami assai presto edotto di una vacanza a vol d'uccello appalesantesi che poteasi tanto assegnare al caso quanto ad umano, ancorché criminale, disegno. È certamente bene a conoscenza della Signoria vostra ill.ma che alla fiscale jurisdizione di questa Intendenza tro- vasi sottomesso, infra i paesi di Zammùt e di Caltabellotta, il vastissimo feudo nomato "Terrarossa" per produzione cerealicola e frumentizia tra i più feraci dell'Isola tutta. Esso confina, lungo la linea terminale meridionale, con il parimenti ferace feudo volgarmente conosciuto come "Funnacazzo", popolare distorsione dello spregiativo "fondacaccio". Orbene, né all'ínterno dei feudi istessi né in propinqui ter- ritori risulta allocato molino alcuno! Tutti i lavoranti del feudo, necessitanti di molinazione, avrebbero da percorre- re disagevolissime trazzere per un giorno circa di cammi- no onde raggiungere i più vicini molini che trovansi uno a Zammùt e l'altro a Caltabellotta. Da un controllo da me personalmente attuato si evince che solo una parte minima di cereali e di frumento vien fatta giungere ai molini di Zammùt e di Caltabellotta. Divísai allora, mosso da volontà d'acclaramento più che da sospetto, di andar di persona per un sopralloco non facen- done a niuno parola per non cagionare impaccio e averne, di converso, un qualche ingombro al mio proposito. È per puro spirito d'onestà che la metto al corrente di questo mio divisamento. L'altrieri, che ancor non facea giorno, partiva a cavallo alla volta di Zammùt. Per uno sfortunato accidente che tolse- mi tempo (la perdita di un ferro della mia cavalcatura), giungeva a vista del paese che già avanzava l'occaso, ma al bivio di Roccella divisava di procedere per scoscesi sentie- ri fin dentro il feudo "Funnacazzo". Proprio sulla linea di confine col feudo "Terrarossa" incontrava un notturno uc- cellatore il quale, interrogato nella mia natal parlata, dicea- mi che alquanto più addentro trovavasi una malconcia via da carri. Soccorso dalla luce della luna piena, procedea ancora per un'ora all'incirca dopo di che la mia cavalcatu- ra, stremata, rifiutavasi di camminare ancora. Era gio- coforza far bivacco. Governato il cavallo e distesomi sotto un frondoso carrubo, caddi ben presto preda del sonno. Venni destato, che ancor non era trascorsa un'ora, da un ininterrotto cigolar di ruote di carri e dallo sbuffare di equini. Cautamente alzatomi e mosso qualche passo ebbi a constatare d'aver fatto bivacco a pochi metri dalla strada della quale m'aveva fatto cenno l'uccellatore. Sulla strada procedea un'infinita teoria di carri, allato vi camminava a passo una fila di persone silenti. Tolto il tascabile cannocchiale che sempre secomè porto, notava che gli zoccoli dei quadrupedi eran fasciati onde evitare che facessero troppo romore e che ogni carro era sopraca- rico di sacchi consueti al trasporto di grano e di cereali. La sfilata de' carri continuò per mezz'ora buona, ebbi sommariamente a contarne più di un centinaio. Trascorso l'ultimo carro e lasciato il cavallo legato al car- rubo, mi misi a seguire a distanza la carovana, provveden- do a non perder mai di vista il fievole lume che pendeva dall'asse dell'ultimo carro. La camminata durò un'ora all'incirca, quindi la processione de' carri si fermò. Gitta- tomi prontamente fuor di strada, a fianco d'essa silenzio- samente procedetti, celandomi or dietro a un albero or stendendomi a terra al riparo di un fitto cespuglio. Perven- ni così quasi in testa alla colonna. Il primo de' carri erasi fermato per essere scaricato da un manipolo d'uomini all'uopo disposto: i sacchi erano tra- sportati all'interno di una sorta di magazzeno tutto in legno dal quale, da lì a poco, dipartivasi il caratteristico romore delle mole da macina in movimento. Un molino a tutti celato si disvelava davanti a' miei attoni- ti, increduli occhi! La vacanza da me rilevata in sulla carta topografica trova- va razionale spiegazione e confermava il mio sospetto! Immantinenti l'animo mio mi suggerì di balzare in piedi e, arma in pugno, intimare l'alto ai malviventi, che tali erano e tali son da considerare siffatti evasori, ma la ragione, di subi- to che ripresa si fu dall'attonimento nel quale l'aveva gittata una tal vista, si manifestò di ben altro avviso, scongiurando- mi di non espormi oltre, di non intervenire. Troppo facile sarebbe stato per quei malintenzionati il sopraffarmi e il ridurmi a eterno silenzio! Accortamente mi ritirai e, finalmente raggiunto il carrubo, ripigliai il cavallo e, senza porre tempo in mezzo, galoppai alla volta di Montelusa. Qívi giunto nel tardo mattino, domandava udienza a Sua Eccellenza il Prefetto Palasotto Grand Uff. Cesare Giulio, il quale generosamente me l'ac- cordava. Espostogli circostanziatamente il fatto, Egli, e- sprimendo alta maraviglia e aspramente pronunciandosi avverso i trasgressori della Legge, munivami di un suo bi- glietto da consegnare personalmente al Comandante la lo- cale Stazione dei Reali Carabinieri, Lostracco Capitano Alfanio. Il già detto signor Capitano, immediatamente ricevutomi, pur di tutto cuore obbediente agli ordini di Sua Eccellenza il Prefetto, mi manifestava l'assoluta impossibilità d'invia- re in loco un reparto di Carabinieri in quanto essi erano impegnati altrove. Mi suggeriva quindi di rivolgermi al signor Questore, Marcuccio comm. Silvano. Recatomi nella Regia Questura mi veniva comunicato da un piantone che il signor Questore trovavasi a letto da qualche giorno perché colpito da influenza. Riusciva allora a farmi ricevere dal vicequestore Zichichì Cavaliere Arnal- do il quale, letto il biglietto di Sua Eccellenza il Prefetto, stimava inopportuno ogni e qualsiasi intervento: ciò avreb- be potuto significare una indebita ingerenza della Regia Questura nei confronti dell'Arma dei Reali Carabinieri. A nulla valsero le mie suppliche! Non trovai di meglio che tornare alla Stazione dei Reali Carabinieri e nuovamente domandar udienza al Capitano Lostracco. Obbligandomi al più rigoroso silenzio, mi comunicava allora che avrebbe provveduto alla bisogna entro un mas- simo di giorni tre e volle che io, sulla carta topografica, gli segnassi il punto esatto ove il clandestino molino trovava- si allocato. Mi auguro quindi, Eccellentissimo signor Intendente, di potere far pervenire a breve un mio nuovo rapporto con le resultanze comunicatemi dai Reali Carabinieri. Con ogni doverosa osservanza Bovara rag. Giovanni Al ragioniere Bovara sig. Giovanni Ispettore capo ai molini Quivi Montelusa, li 10 settembre 1877 Ho ricevuto in punto il suo non richiestole rapporto. Ella, d'ora in avanti, dovrà usarmi la cortesia d'informarmi preventivamente di ogni passo che intende compiere nel- l'esercizio delle sue funzioni, sovrattutto quando ella si sen- te in dovere di mettere al corrente altre Autorità di fatti d'e- sclusiva competenza del suo Superiore diretto che, fino a prova contraria, è il sottoscritto Intendente di Finanza. La Pergola comm. Felice Al ragioniere Bovara sig. Giovanni Ispettore capo ai molini Quivi Montelusa, li 15 settembre 1877 Le compiego, per sua dottrina, il biglietto testé inviatomi dal Capitano dei Reali Carabinieri Lostracco signor Al- fanio e il compiegato rapporto a lui fatto pervenire dal Maresciallo dei Reali Carabinieri Purpura Giacomo. Ritengo per il momento superfluo ogni ulteriore commento. L'INTENDENTE DI FINANZA La Pergola comm. felice (Alligati n° )2 alligato 1 STAZIONE DEI REALI CARABINIERI DI MONTELUSA IL COMANDANTE All'Eccellentissimo La Pergola comm. felice Intendente di Finanza Montelusa Montelusa, li 15 settembre 1877 Illustrissimo commendatore, Le compiego copia del rapporto testé inviatemi dal mio subalterno non senza, lo confesso, una qualche esitanza. Il giorno 10 corrente mese, nella tarda mattinata, si pre- sentava al mio cospetto il di Lei dipendente Bovara ragio- nier Giovanni che presso l'Intendenza copre le mansioni d'Ispettore capo. Munito di precise commendatizie di S. E. il Prefetto, egli, con fare alquanto agitato, che io in sul momento attribuii alla stanchezza e a uno spiegabile stato di nervosismo, mi significò d'avere iscoperto un grande molino clandestino sito nel feudo "Terrarossa" chiedendo un immediato inter- vento dell'Arma. Io allora gli faceva presente l'impossibilità di corrispondere alla sua pressante richiesta, datesi che i miei militi erano altrove impegnati e l'invitava pertanto a recarsi a sporgere la sua denuncia presso la Regia Questura. Da lì a poco egli a me si ripresentava riferendomi d'avere ottenuto formale rifiuto d'intervento da parte del signor Vicequestore con motivazioni che ho da ritenere tanto generiche quanto infondate. Pressato dalle insistenze del Bovara e mosso dal vivo pro- posito d'ottemperare agli ordini di S. E. il Prefetto, mi fa- ceva segnare sulla carta topografica l'esatta dilocazione del supposto molino, assicurandolo che avrei provveduto ap- pena possibile. A causa, tra l'altro, dei violenti nubifragi che da qualche giorno si abbattono sulla nostra Provincia rendendo impossibili gli spostamenti, solo l'altrieri ho potuto dispor- re l'operazione richiestami. Il rapporto del mio subalterno, che La prego di leggere con attenzione, propone un inquietante interrogativo sul- l'equilibrio del suo sottoposto Bovara rag. Giovanni. Naturalmente dovrò rendere edotto delle resultanze S. E. il Prefetto. Accolga il mio militar saluto. IL COMANDANTE LA STAZIONE DEI RR CC di Montelusa Lostracco Cap. Alfanio alligato 2 Al Signor Lostracco Capitano Alfanio Comandante la Stazione deiRR CC Montelusa Montelusa, li 15 settembre 1877 OGGETTO: Rapporto del Maresciallo dei RR CC Purpura Giacomo Signor Capitano! Ricevuto il suo ordine, il sottoscritto Maresciallo Purpura Giacomo, con l'ausiglio del Brigadiere Ballonetto Maria- nò, immediato calcolava la distanza tra Montelusa e il po- sto assegnato sulla carta topografica indove che si sarebbe dovuto trovare il sopraddetto molino anonimo. Considerato anche il terreno fanghinoso per il diluvio di questi giorni che avrebbe difficoltato il passo dei nostri cavalli, abbiamo deciso di metterci in marcia col plotone nottetempo che ancora faceva scuro. Arrivati passato mezzogiorno a vista del paese Zammùt, invece di camminare insino al bivio di Roccella, abbiamo prosecuito per il paese onde fare rapito rancio presso l'o- steria di tale Sarcuto Filippo sita in via Nino Biscio (si alli- ga conto). Diquindi siamo tornati al bivio e abbiamo pigliato la trazzera assegnata sulla carta e diquindi dal feu- do "Funnacazzu" siamo trascorsi al feudo "Terrarossa" indove che abbiamo rinvenuto e identificato senza che ci sia dubbio il sullodato garrubo da di dove, facendo cento passi scarsi, si arriva alla segnalata strada da carri. La qua- le però, a un certo punto, si mette a fare un pricorso diver- so da quello a Lei contato dal sunnominato Ispettore capo. E difatto la strada, propio nel loco dove esattamente dove- va trovarsi il molino anonimo, si mette a curva e prosegue per i fatti suoi. Indove che doveva trovarsi il cosidetto molino anonimo c'è invece un pezzo di terra che due contadini stavano tra- vagliando con aratro per semina di stagione. A domanda essi due risposero che quel pezzo di terra da anni due e passa era stato a loro concesso, in gualità di metateri, dalla generosità del proprietario del feudo e che mai avevano veduto né in loco né nei paraggi un capanno- ne o molino come a quello descritto dall'Ispettore Bovara. Fatto attentamente esaminare dai miei Militi il circostan- ziato territorio, non furono rinvenute mole o qualisivoglia altro attrezzo molinatorio. Per scrupolo di coscienza abbiamo noi stessi cavalcato nei contorni senza notare manco una costruzione né in legno né in muratura. A un certo punto della nostra ricognizione passò un cam- piere a cavallo il quale, fattoci saluto, ci domandò con cor- tesia chi cosa stassimo a cercare, mettendosi a nostra di- sposizione datesi che quella parte di feudo dipendeva dal- la sua sorveglianza. Saputo lo scopo della nostra cerca, egli si mise a ridere, dicendo che i molini più vicini si trovava- no uno a Zammùt e l'altro a Caltabellotta. A domanda, rispose che il propietario del feudo "Terraros- sa" (una volta appartenuto al Marchese Borsellino) e il propietario del feudo "Funnacazzu" (una volta in posesso della famiglia dei Baroni di Baucina) è da cinque anni il si- gnor Nicola Afflitto (don Cocò) abitante in Montelusa. Tanto in doverosa osservanza IL MARESCIALLO DEI RR CC Purpura Giacomo PRESSANTE amano All'Eccellentissimo Intendente di Finanza Montelusa Montelusa, li 17 settembre 1877 Eccellentissimo Intendente, poiché da una settimana non è stato più possibile secoLei conferire, avendomi, ogni volta che ne ho fatto richiesta, risposto l'usciere essere Lei particolarmente indaffarato, vengo a comunicarLe che assai aggradirei la Sua presenza alla riunione da me indetta con i sottoispettori per doma- ni, 18 settembre. A malgrado del Suo contrario avviso, con l'occasione L'in- formo che tali riunioni avranno quindicinale scadenza, considerata la gravità della situazione che ho trovato in questo officio. Di giorno in giorno, vieppiù si radica in me la convinzione che questo officio sia stato centro d'illeciti traffici che sono sfociati persino in due omicidi rimasti sino a questo mo- mento senza esecutori e senza mandante. Ella ha avuto occasione, in tempi assai recenti, di richiamar- mi vigorosamente all'osservanza di una regola tra tutte: ossia informarLa preventivamente di ogni mio passo. La mia richiesta della Sua presenza alla riunione di doma- ni coglie avvio proprio dai Suoi desiderata. Circa l'ipotesi che traspare dal biglietto d'accompagno del Comandante la Stazione dei Reali Carabinieri Lostracco ca- pitano Alfanio sul malagevole stato della mia salute mentale e cioè che quella notte io abbia avuto le traveggole, La pre- go di considerare solo una cosa. Il sopralloco dei RR CC nel feudo "Terrarossa" è stato sì compiuto, ma con molti giorni di ritardo rispetto alla mia denuncia, vuoi per indisponibilità dell'Arma vuoi per le avverse condizioni atmosferiche. Ebbene, perché non fare la supposizione assai ragionevole che i malviventi si sieno venuti a trovare un ampio lasso di tempo a disposizione per smontare il magazzeno in legno che fungeva da molino e disperderne le tracce con l'aratro? Si è trattato di un'a- mara beffa, non tanto ai miei danni, ch'io sono meschina cosa, quanto allo Stato che noi rappresentiamo. Or la questione che di conseguenza si pone è questa: chi ha per tempo avvertito i malviventi? È questa la conturbante domanda che sorge spontanea ove i fatti si fossero svolti nel modo da me sopraddetto. Non c'è che una risposta: qualcuno avrà letto, a Sua insa- puta, il rapporto da me inviatoLe in data 10 c. m. e ne avrà reso edotto chi di ragione. Con ogni osservanza Bovara rag. Giovanni Al ragionier Bovara Giovanni Quivi Montelusa, li 17 settembre 1877 Non pago del disdicevole vulnus arrecato a questa In- tendenza, non ancor soddisfatto di averla fatta precipitare nel ridicolo con visionarie e crescenti menzogne (adesso siamo arrivati a una fucina di delitti!) presso tutte le Au- torità della Provincia, Lei osa vaneggiare ancora adducen- domi la responsabilità di una trascuranza che avrebbe por- tato i fantomatici malviventi a conoscenza dell'intervento dei RR CC nel feudo "Terrarossa". Lei, qual serpe velenosa, con risibili fantasie inocula il sospetto che qualcuno dei miei dipendenti sia venuto me- no al dovere della discrezione cui ogni Pubblico Officiale è severamente tenuto! Respingo con sdegno le Sue miserevoli supposizioni delle quali sarà chiamato a rendere conto. Non potrò essere presente alla riunione da Lei indetta per domani con i suoi sottoispettori. L'INTENDENTE DI FINANZA La Pergola comm. Felice (a mano) All'Eccellentissimo Intendente di Finanza Montelusa Montelusa, li 18 settembre 1877 OGGETTO: Rapporto dell'Ispettore capo ai molini Bovara Giovanni Atteso che il mio invito a presenziare alla riunione da me indetta per stamane con i miei sottoispettori non è stato da Lei accolto, mi faccio premura di comunicarLe quanto segue: 1) In seguito alla scoperta, del tutto casuale, di un docu- mento importante nell'officio del defunto mio predecesso- re Bendicò, io veniva all'amara conclusione d'aver messo in luce un grave dolo consistente in una preordinata rota- zione delle multe da far pagare ai molini secondo scaden- ze fisse e ciò in seguito a un pactum sceleris tra sottoispet- tori e proprietari dei molini. Tale sistema, forse ereditato da Bendicò dal suo predecessore Tuttobene, esentava i molini da vere ispezioni e consentiva un lauto guadagno che Bendicò ripartiva coi soci sottoispettori. Un calcolo sommario da me in questi giorni effettuato con- duce l'evasione del tributo a livello inaudito. 2) In seguito a tale scoperta, con attento studio riusciva a scoprire la cadenza delle finte multe contestate. Quindi ero in grado di prevedere con largo anticipo sulla riu- nione i nomi dei sottoispettori che avrebbero dichiarato d'aver riscontrato infrazioni, la gravita delle infrazioni istesse, la denominazione e la dilocazione dei molini ove tali infrazioni sarebbero state commesse. Scriveva quin- di, a me stesso indirizzandola, una lettera, acciocché facesse fede il timbro postale, nella quale erano conte- nute le mie supposizioni. Mi permetto d'alligarLe copia della lettera il cui originale ho provveduto a depositare in loco sicuro. 3) Sentiti i rapporti dei sottoispettori, tutti perfettamente combacianti con quanto da me supposto, lacerava in loro presenza la busta e dava lettura del contenuto. Quindi li allontanava e alcuni di essi, sortendo, profferivano oscure minacce. Ho fermo proposito di continuare questa indagine che, a mio parere, potrebbe mettere in luce una temibile orga- nizzazione per delinquere. E inoltre non è possibile, e di questo son certo, che i sot- toispettori nei cui distretti rientravano i paesi di Zammùt e di Caltabellotta non fossero a conoscenza di quanto clan- destinamente accadeva nel volatilizzato molino di "Terra- rossa". Chieggio pertanto l'immediato licenziamento di tutti indi- stintamente i sottoispettori, in attesa di denuncia penale agli organi competenti. Per la loro sostituzione, mi rivolgerò direttamente alla Stazione dei RR CC di Montelusa affinchè cortesemente mi indichino nomi di persone d'inattaccabile onestà. Ella comprenderà benissimo che nella presente situazione non intendo rivolgermi, com'era consuetudine, all'avvocato Fasùlo per avere da lui la lista delle persone da occupare. Con doveroso ossequio Bovara rag. Giovanni All'Ispettore capo Bovara rag. Giovanni Sede (a mano) Montelusa, li 19 settembre 1877 Egregio ragioniere, è con sommo dispiacere che mi trovo nella necessità di doverle comunicare che il nostro Intendente La Pergola commendator Felice iersera ha accusato un forte e improv- viso malessere onde il suo medico curante ne ha disposto l'immediato ricovero in un ospedale di Palermo. La sua richiesta di licenziamento dei sottoispettori pertan- to non potrà essere controfirmata, onde avere valore a tut- ti gli effetti, dall'Intendente. Occorrerà sperare in un suo prossimo rientro o, malaugurata ipotesi, attendere la no- mina di un Reggente o di un facente funzioni. Certo che lei vorrà associarsi nelle preghiere per la guari- gione del nostro amato Intendente, la saluto. Il Segretario particolare dell'Intendente Augusto Borzacchini CURIA VESCOVILE DI MONTELUSA PRESSANTE All'Ill.mo Rag. Bovara Giovanni Ispettore capo ai molini Regia Intendenza di Finanza. Montelusa Montelusa, li 21 settembre 1877 Illustre Ragioniere, Sua Eccellenza il Vescovo di Montelusa, Aristide La Volpe, del quale io, don Eustachio Parlato, sono indegno servo nonché segretario, non si perita mio tramite di fare appel- lo non alla Sua christiana charitas, sconoscendo Egli il suo religioso sentire, ma alla di Lei humana pietas per impetra- re il Suo generoso ripensamento circa il minacciato licen- ziamento dei Suoi sottoposti sottoispettori ai molini. Non hawi dubbio ch'essi han fallato e meritano certa e giusta punizione, ma ridurre in sul lastrico dieci padri di famiglia pare, a Sua Eccellenza Rev.ma, un periglioso ec- cesso che farebbe periclitare nella miseria persone che già sull'orlo d'essa trovansi. Infra i Suoi dieci sottoispettori uno v'è che è carissimo, diletto nipote di Sua Eccellenza Rev. ma, però il nome suo Sua Eccellenza Rev.ma vietami tassativamente di rivelare, volendo Egli considerare tutti e dieci gl'incorsi nella Sua giusta ira suoi figli amatissimi senza preferenza alcuna. Sua Eccellenza Rev.ma, certo che Ella saprà accogliere il suo paterno suggerimento, Le propone che, in luogo del minacciato licenziamento, Ella voglia prendere in conside- razione la proposta di uno spostamento di distretto, sicché ogni sottoispettore venga a trovarsi a esercitare in un terri- torio che gli è completamente estraneo, non soggetto per- ciò a pressioni, minacce, ingiunzioni. Certo, questo comporterà domicili diversi e trasferimenti d'intere famiglie con grave nocumento pecuniario. Ma essi hanno tutti errato, purtroppo! Sua Eccellenza Rev.ma confida che tale trasferimento ser- va loro d'ammonimento sicché essi mai più abbiano a tra- lignare discostandosi dalla luminosa via del Giusto e dell'Onesto. Accogliendo la proposta meditata e oculata di Sua Eccel- lenza Rev.ma Ella si mostrerà coram populo memore di quell'Ex rege eos et extolle illos che è arra di buon governo degli uomini. Voglia accogliere la paterna Benedizione di Sua Eccellenza Rev.ma Aristide La Volpe, Vescovo di Montelusa. Il Segretario particolare di Sua Eccellenza Rev.ma il Vescovo Mons. Eustachio Parlato AW. PROF. CAV. GREGOKIO FASÙLO Via della Libertà n° 8 - Montelusa Al Ragioniere Giovanni Bovara Regia Intendenza di Finanza Montelusa Montelusa, li 21 settembre 1877 Ragioniere, mi son giunte all'orecchio voci secondo le quali lei avreb- be manifestato l'intenzione di licenziare i sottoispettori alle sue dipendenze accusandoli fumosamente di reati che vanno dalla truffa all'associazione per delinquere. Ove lei non lo sapesse, i nominativi sono stati da me cor- tesemente forniti gratis et amore deo all'Intendenza che me ne aveva fatto richiesta. Indirettamente quindi lei m'accusa d'avere segnalato co- scientemente all'Intendenza una banda di malfattori, accu- sa concretamente avvalorata dal fatto che lei avrebbe deci- so di non rivolgersi più, per l'assunzione di nuovo perso- nale, ai miei servigi, ma di domandare la collaborazione dei Reali Carabinieri. L'avverto che, ove tali voci venissero confermate, adirò le vie legali nella tutela del mio Onore. Avv. Fasùlo cav. Gregario DOTI. PROF. CAV. ON. GERARDO CASUCCIO Deputato al Parlamento Montelusa All'Ill.mo Rag. Bovara Giovanni Ispettore capo ai molini Regia Intendenza di Finanza Montelusa Montelusa, li 23 settembre 1877 Illustre e stimatissimo ragioniere, sono tornato proprio ieri da una lunga permanenza roma- na per assolvere ai miei doveri parlamentari (tra l'altro ho avuto modo di conoscere S. E. il Ministro della Finanza che, con somma sensibilità, si è dichiarato particolarmen- te attento alle segnalazioni da me fattegli sui problemi del- la nostra Provincia). Ho appreso subito dell'incresciosa situazione venutasi a creare tra Lei e i suoi sottoispettori. Come ogni buon pastore d'anime si preoccupa della salu- te delle sue pecorelle, parimenti un buon Rappresentante al Parlamento dee curarsi delle condizioni terrene di tutti coloro che, votandolo e facendolo eleggere, l'hanno in realtà sovracarcàto di doveri, oberato di doglianze, richie- ste, appoggi e raccomandazioni. Le dico, senza parole di devianza, che molto duolemi il proposito da Lei manifestato di licenziare i sottoispettori che da Lei dipendono. Essi, miei elettori, me ne hanno su- bito informato non manifestando rabbia o propositi di vendetta, ma con l'animo contrito per l'errore che sono stati indotti a commettere. Sì, egregio ragioniere: le cose stanno così! Pentiti, essi m'han disvelato che, nolenti e con profonda repugnanza, han dovuto piegare il capo agli ordini dei bie- chi Tuttobene e Bendicò, unici ideatori e fruitori del losco traffico! Essi impetrano il suo perdono mio tramite: il fallo è stato commesso per paura del licenziamento minacciato prima da Tuttobene e dopo da Bendicò ove essi si fossero refuta- ti ai loro tristi maneggi. Se Lei non recedesse dal Suo proposito, essi meschini ca- drebbero dalla padella nella brace! Son qui a proporLe che, quale severo monito, ognun di loro lasci il distretto finora assegnato e sia trasferito a un distretto nuovo: la rotazione consentirebbe ad ogni sottoispettore la liberazione da precedenti lacci. Appellandomi alla Sua ragio- nevolezza, La prego di gradire il mio più cordiale saluto. Dott. Prof. Cav. On. Gerardo Casuccio Deputato al Parlamento Post scriptum: La soluzione da me prospettata, tra l'altro, placherebbe le ire del mio fraterno amico avvocato Gregorio Fasùlo: egli di conseguenza, se Lei aderisse alla tesi e alla proposta, non avrebbe segnalato volontariamente nomi di persone corrotte, ma di persone costrette alla corruzione nell'am- bito del loro lavoro. «LA CONCORDIA» Settimanale montelusano Direttore proprietario: Salvatore Afflitto 23 settembre 1877 CHE SUCCEDE ALL'INTENDENZA DI FINANZA? Un uccellino svolazzante di tetto in tetto si è ieri posato sul nostro recandoci nuove che assai sarebber divertenti se non fossero invece tragiche. Pare che il novo Ispettore capo ai molini, tal Bovara Giovanni, da Reggio Emilia qui piovuto a far danno, sia uso di girovagar pe' campi notte- tempo, munito di un cannocchiale e di un due litri almeno di quello buono. Sicché frequentemente gli capita, nel can- nocchiale traguardando, di prender lucciole per lanterne o fischi per fiaschi, se più v'aggrada. Giustamente sbeffeg- giato, ha divisato di rivalersi sui suoi sottoposti gradasseg- giando. Noi chiediamo allo stimato Intendente La Pergola commendator Felice (al quale inviamo auguri di pronta guarigione) che ne pensa Egli del Suo Ispettore? Ignora lo stimato Intendente che presso il Ministero della Finanza a Roma esiste un apposito Officio disciplina? Non sarebbe venuto il tempo di metterlo a parte delle belle imprese dell'Ispettore capo Bovara? (SAf.) AVVOCATO FRANCESCO PAOLO LOSURDO Via Indipendenza n° 33 - Montelusa All'egregio Rag. Giovanni Bovara Regia Intendenza di Finanza Montelusa Montelusa, li 25 settembre 1877 Egregio ragioniere, ho ricevuto stamane la sua lunga missiva e la ringrazio del- la fiducia accordatami. L'articoletto sul settimanale «La Concordia» siglato S. Af. (vale a dire Salvatore Afflitto proprietario direttore) è cer- tamente bassamente insinuante, ma legalmente non può definirsi diffamatorio. Esso si basa, a quanto lei mi scrive, su un rapporto dei Reali Carabinieri che sostiene l'inesistenza di quanto da lei denunciato. Questo rapporto per lei negativo fa, purtroppo, testo. Almeno sino a dimostrazione contraria. Noi potremmo procedere contro l'Afflitto solo per aver supposto uno stato d'alterazione alcolica al momento del- la scoperta del clandestino molino, ma sarebbe ben poca cosa. Ove lei dimostrasse d'essere totalmente astemio ci sarebbe una sia pur lieve speranza, in caso contrario sarei dell'opinione di non intraprendere alcuna azione legale. Sì, alla sua domanda devo così rispondere: il signor Salvatore Afflitto è fratello (minore) di don Nicola Afflitto. Resto sempre a sua disposizione. Intanto accolga i miei saluti Avv. Francesco Paolo Losurdo All'Ecc.mo Cav. Uff. Ottavio Rebaudengo Procuratore del Re Montelusa Montelusa, li 25 settembre 1877 Eccellentissimo Procuratore, il sottoscritto Bovara Giovanni, attualmente Ispettore capo ai molini presso la locale Intendenza di Finanza, si permette alligare alla presente: 1) copia della lettera da me scritta e a me stesso inviata in data 3 settembre 1877; 2) copia del mio rapporto all'Intendente in data 10 settem- bre 1877; 3) copia della lettera inviata in data 15 settembre 1877 dal Cap. dei RR CC all'Intendente; 4) copia del rapporto del Maresciallo dei RR CC Purpura Giacomo inviato al Cap. Lostracco in data 15 settembre 1877; 5) copia della lettera da me inviata all'Intendente in data 17 settembre 1877; 6) copia del rapporto inviato da me all'Intendente in data 18 settembre 1877; 7) copia dei rapporti a me consegnati e firmati dai sottoi- spettori in data 18 settembre e confermanti punto per punto quanto da me scritto a me stesso in data 3 settembre 1877; 8) copia della lettera della Curia Vescovile in data 21 set- tembre 1877; 9) copia della lettera inviatami dall'aw. Gregorio Fasùlo in data 21 settembre 1877; 10) copia della lettera inviatami dall'Onorevole Gerardo Casuccio in data 23 settembre 1877; 11) ritaglio del settimanale «La Concordia» in data 23 set- tembre 1877. Ne tragga Lei, se lo vuole, le dovute conseguenze. Porto per ultimo a conoscenza della S. V. Ill.ma che, in seguito a ricerche da me esperite presso i competenti offi- zi, tutti i proprietari dei complessivi 82 (ottantadue) moli- ni attivi in questa provincia hanno sede societaria comune in Montelusa, in via Re Ruggero n° 18. Trattasi di una sola stanza al pianoterra che risulta essere di proprietà del signor Nicola Afflitto. Inoltre gli ottantadue molini sono legalmente rappresenta- ti da un solo avvocato: il signor Gregorio Fasùlo, lo stesso che segnalava all'Intendenza i nominativi per l'assunzione temporanea dei sottoispettori. Resto a Sua disposizione per qualsiasi ulteriore chiarimento. Accolga i sensi della mia più alta considerazione. Bovara rag. Giovanni REGIA PROCURA DI MONTELUSA - IL PROCURATORE DEL RE PRESSANTE Al Signor Francescon Capitano Gustavo Corpo Regia Guardia di Finanza Montelusa Montelusa, li 27 settembre 1877 Comandante, la presente perché Lei voglia, dopo approfondita indagine, farmi pervenire dettagliato rapporto sulla consistenza patrimoniale dei signori Nicola Afflitto e avvocato Grego- rio Fasùlo, ambidue residenti in Montelusa dove esercita- no le loro attività. Inoltre dovrebbe far pervenire a questa Procura gli atti costitutivi delle sottoelencate società con relativa specifica dei nomi dei soci, dei nomi dei componenti gli eventuali consigli d'amministrazione, dei nomi di tutti coloro che a qualsiasi titolo vi ricoprano incarichi: 1) Società "La Concordia" per la gestione dell'omonimo settimanale; 2) Società "Molini novi"; 3) Società "Il buon Seminatore" per la conduzione dei feu- di "Terrarossa" e "Funnacazzu". Sappia che tutte queste società, e tutte quelle che gestisco- no i molini della Provincia, han sede sociale in via Re Ruggero n° 18, in un solo locale sito al piano terreno di un palazzo di proprietà del signor Nicola Afflitto che vi abita. La sede legale di tutte le società summenzionate è invece presso l'avvocato Gregorio Fasùlo. Nel contempo Lei farà effettuare verifica dei registri con- tabili. Con molta stima IL PROCURATORE DEL RE Ottavio Rebaudengo DOTT. PROF. CAV. ON. GERARDO CASUCCIO Deputato al Parlamento Montelusa All'Il.mo Grande Uff. Eframio Focosi Capo Officio disciplina Ministero della Finanza Roma Montelusa, li 29 settembre 1877 Illustrissimo dottor Focosi, sono lealmente ad awertirLa d'essere in punto di presen- tare un'interpellanza parlamentare al Suo Ministro circa la colpevole inerzia dell'Intendente di Finanza di Montelusa, La Pergola comm. Felice, e dell'Officio da Lei diretto, che lasciano campo libero alle offensive nonché devastanti fan- tasticherie dell'Ispettore capo ai molini di Montelusa e Provincia, tale Bovara rag. Giovanni, il quale, con immoti- vato intento persecutorio, s'accanisce ai danni di un'emi- nente personalità della nostra Città, il signor Nicola Afflitto, definito recentemente da S. E. Rev.ma il Vescovo di Montelusa "uomo pio e generoso, onore e vanto di que- sto paese". Da ogni parte politica inoltre, fatta eccezione di alcuni mestatori, unanime è il consenso attorno al signor Afflitto, vuoi per le qualità della persona, vuoi per le numerose intraprese sempre mirate allo sviluppo civile del nostro Paese. Lo sconsiderato accanimento dimostrato dal Bovara non ha che una sola possibile spiegazione: l'obnubilamento mentale che non gli consente il sereno ed equilibrato eser- cizio delle sue funzioni. Intanto però questa insensata persecuzione ha già prodot- to un primo effetto negativo. L'acuta sensibilità del signor Afflitto ne è rimasta tanto gravemente colpita che il signor Afflitto avrebbe manifestato agli intimi (tra i quali mi ono- ro di appartenere) l'intenzione di porre termine ai suoi affari, liquidando tutte le società in atto. Tale proposito, se malauguratamente realizzato, signifi- cherebbe una gravissima jattura per la nostra Provincia, un vero e proprio disastro economico in quanto il signor Nicola Afflitto, con le sue molteplici attività, che vanno dall'edilizia all'esercizio della pesca, dall'agricoltura alla pubblicazione del settimanale cittadino, offre possibilità di sicuro lavoro a centinaia di capifamiglia. Certo della comprensione del problema che Le ho sotto- posto, voglia gradire i miei saluti. Il Deputato al Parlamento Dott. Prof. Cav. On. Gerardo Casuccio DOTT. PROF. CAV. ON. GERAKDO CASUCCIO Deputato al Parlamento Montelusa PRESSANTE PERSONALE All'Eco.mo Grande Uff. Salvatore Bonafede Capo di Gabinetto di S. E. il Ministro di Grazia e Giustizia Roma Montelusa, li 29 settembre 1877 Totò beddru e amatissimo, sono a farti nota una situazione assai grave venutasi a crea- re a Montelusa a causa del Procuratore del Re di qua, Ottavio Rebaudengo, il quale, pur essendo piemontese, si comporta peggio di un siciliano. È di Cuneo, dove mi han- no detto che hanno una testa più dura di quella dei cala- bresi. Questo te lo scrivo perché avendo proprio ieri l'a- mico Fasùlo domandategli un colloquio per cercare di far- lo ragionare, si è visto chiudere la porta in faccia. Questo Procuratore Rebaudengo, dando sconsideratamente a- scolto alle farneticazioni (comprovate dai RR CC) di un I- spettore ai molini della locale Intendenza di Finanza, ha persecutoriamente scatenato la Guardia di Finanza contro il nostro carissimo amico Cocò Afflitto. Tu sai benissimo quanta parte abbia avuto Cocò nel mio ingresso nell'agone politico: se io son potuto scendere nell'a- rena lo devo alla generosità concreta di Cocò. E se tu hai il posto che hai, lo devi in gran parte al mio appoggio. È come una catena di sant'Antonio, pericolosa a interrompersi. Fasùlo è molto preoccupato per gli sviluppi che la situa- zione può avere. Rebaudengo e Bovara (questo è il nome dell'Ispettore ai molini) in combutta rischiano di fare più danno di una fera in una tonnara. È per noi (e indirettamente anche per te) vitale che questo Rebaudengo venga fermato, messo nella condizione di non poter proseguire oltre. Tu dovresti intervenire sul Ministro. Io l'ho conosciuto e m'è parso persona con la quale si può parlare. Io tra due giorni sarò a Roma e ti racconterò tutta la vicen- da nei dettagli. Se te l'ho anticipata per iscritto è perché non c'è un minuto da perdere. Ti comunico che è stato lo stesso Cocò a ricordarsi di te suggerendomi il tuo nome per un deciso intervento che possa levarci dai coglioni questo Procuratore, magari facendolo trasferire in qualche paese del Piemonte dove l'aria natia gli farà certamente bene alla salute e alla testa. A presto, Totò. Ti abbraccia e ti bacia il tuo Gegè All'Illmo don Emanuele Moro Via della Libertà n° 1 Montelusa Palermo, li 29 settembre 1877 Don Memè carissimo, mi giunge ora, in forma del tutto officiosa e riservata, che il lodo da noi richiesto circa la sua legittimazione della pro- prietà del fondo Pircoco, sarà a noi sfavorevole. Pertanto, sempre secondo questa voce officiosa, il fondo Pircoco sarebbe legalmente assegnato alla parte avversa, vale a dire a padre Carnazza. Ora siccome affari inerenti la mia professione mi tratten- gono ancora per qualche giorno a Palermo, La supplico, ove l'emanazione del lodo arbitrale dovesse avvenire in mia assenza, di non manifestare opinione veruna al riguar- do della sentenza e tantomeno abbandonarsi ad atti e pa- role avverso a quanto stabilito dal lodo e, in particolar mo- do, avverso il di Lei cugino padre Carnazza. Ogni Sua parola, ogni Suo gesto potrebbero inficiare ogni mia ulteriore mossa legale. Quanto Le scrivo è nel suo personale interesse, abbia la bontà di rendersene pienamente conto. Appena rientrerò a Montelusa, da qui a qualche giorno, mi farò personale dovere d'incontrarmi con Lei e discutere quali passi promuovere. Intanto mi creda di Lei devot.mo Avv. Francesco Paolo Losurdo REGIA PROCURA DI MONTELUSA - IL PROCURATORE DEL RE PRESSANTE Al Signor Francescon Capitano Gustavo Corpo Regia Guardia di Finanza Montelusa Montelusa, li 30 settembre 1877 Comandante, voglia cortesemente aggiungere all'elenco delle società del signor Nicola Afflitto queste altre due: 1) Società "La pesca miracolosa" (che comprenderebbe una ventina di barche a vela di Vigàta); 2) Società "La grotta di Nazareth" (appaltatrice di nume- rose opere pubbliche). Mi è stato anche riferito che il signor Afflitto avrebbe una larga partecipazione azionaria nei quotidiani «La voce dell'Isola» e «La Gazzetta di Palermo». Vuole accertare? Con molta stima IL PROCURATORE DEL RE Ottavio Rebaudengo Al signor Bovara Caro cuggino, stamatina quando venisti in salone per farti la barba mi domandasti che volevi una sera di questa essere invitatto a mangiare per potermi parlare. Caro cuggino è con dispia- ceri che ti dico che tornato a casa ho trovato i figli uno con la scarlatina e l'altro col morbillo e in più a mia mogliere ci ha pigliato una botta di malaria. Perciò ho deciso di chiudiri il salone per qualichi tempo e antare con tutta la famiglia in campagna nella casa di una parente della mia mogliere perciò non posso avere il piaci- ri d'invitarti. Ti abbracio tuo affezzionato cuggino Féfè STAZIONE DEI REALI CARABINIERI DI MONTELUSA IL COMANDANTE All'Ecc.mo Cav. Uff. Ottavio Rebaudengo Procuratore del Re Montelusa Montelusa, li 1 ottobre 1877 Eccellentissimo signor Procuratore del Re, stante la delicatezza dell'incarico assegnato dalla S. V. Ill.ma a questo Comando dei RR CC di Montelusa, ho volu- to di persona espletare l'indagine anche perché la denun- zia di un supposto molino clandestino operante nel feudo "Terrarossa" (di proprietà, in una col limitrofo feudo "Funnacazzu", del signor Nicola Afflitto secondo quanto da noi riscontrato presso il Comizio Agrario di qui) era sta- ta da me raccolta e archiviata in base alle resultanze del rapporto a me inviato dal Maresciallo dei RR CC da me espressamente inviato in loco. Tornato sul posto indicato dal ragionier Bovara coll'ausilio e la guida dello stesso Maresciallo Purpura che già eravi stato, effettivamente riscontrava una notevole discordanza tra il tracciato della strada descritto dal ragioniere Bovara e quello in verità esistente. Difatto, la trazzera non termina lì, ma, fatta una curva, prosegue ancora per qualche centinaio di metri fino ai piedi di una rocciosa collina dove finisce bruscamente. E lo spiazzo dove avrebbe dovuto trovarsi il molino c'è, ma si tratta di un campo arato. Fin qui, ogni cosa concordava con quanto scritto nel rap- porto del Maresciallo Purpura. Eppure, a una considerazione più attenta dello stato del luogo, potevasi notare una qualche incongruità. La prima era che il campo era stato arato per circa due terzi: questa terza parte, in tutto identica per conformazione alle altre due, per quale cagione non era stata tocca dall'aratro? Tanto più che di un vigoroso lavoro d'aratura essa avrebbe avuto bisogno in quanto la superficie presentavasi perfettamente livellata e compatta, così resa da un peso eccessivo lunga- mente poggiatevi sopra. E infatto non hawi traccia alcuna d'erba. L'unica spiegazione per l'interrotta aratura non era che una: non ce n'era più bisogno, dato che l'aratro non ser- viva al lavoro agricolo, ma a cangiare l'apparenza del terre- no. Quando questo non è stato ritenuto necessario (cioè dopo la visita compiuta dai miei militi) è stato sospeso. Ancora un'altra incongruità: come mai, a distanza di gior- ni venti dalla visita del Maresciallo, i due contadini non avevano ancora provveduto alla seminagione? Un'ultima osservazione: un centinaio di metri prima d'ar- rivare allo spiazzo in parte arato, la strada da carri si bifor- ca: il braccio secondario della trazzera a seguirlo ora non porta in nessun luogo, solo ai piedi della collina rocciosa. Che scopo avrebbe quindi? Parrebbe invece del tutto logi- co se detto braccio avesse portato a un posto preciso, vale a dire lo sparito molino. È possibile quindi che sia stato operato, nel lasso di tempo intercorso tra la denuncia del ragioniere Bovara e l'invio dei miei Militi, un diabolico gioco di prestidigitazione, facendo scomparire la costruzione in legno e alterando la topografia. Resto a Sua disposizione. IL COMANDANTE LA STAZIONE DEI RR CC di Montelusa Lostracco Cap. Alfanio Mercoledì 3 ottobre 1877. Era uscito da casa alle tre del mattino per andare a fare l'ispezione che si era ripromessa al mulino "San Benedet- to" dalle parti di Gian ciana. Aveva calcolato tre ore scarse di cavallo e tre ore scarse c'impiegò. Attilio Lagùmina, quello che si era presentato come il proprietario, gli mostrò il registro perfettamente in ordine, si vede che si era sparsa la voce che con lui gh'èa picca da fa di schersci. Sulla strada del ritorno, che già era in contrada Sanfilippo, aveva di colpo pigliato a piovere, una sciacquata violenta. Dopo era tornato il sole, ma intanto i suoi vestiti se gh'èan assammarati. Non poteva certamente presentarsi inte l'of- ficio combinato in quel modo, perciò, al bivio che stava tra Montelusa e Vigàta, ci pensò sopra tanticchia e quindi decise di fare un sàto a cà pe cangiàse o vestì. Manco cin- quecento metri appresso, lasciò la rotabile e imboccò una trazzera d'accorzo, solitaria, tramezo a-o zerbo: era una specie di pietraia dalla quale s'ergevano enormi massi di roccia, puntuti che parevano montagne in miniatura, da presepio gigante. Stiddruzzu procedeva difficoltosamente da appena cin- que minuti che uno sparo, fortissimo e vicinissimo, rim- bombò improvviso nell'aia schillente. Una decina d'aipaz- zi, gracchiando, s'alzarono scantati in volo. Stiddruzzu s'impennò, fece due balzi in avanti, scartò sulla mancina e si fermò, teso, le orecchie appizzate. Giovanni saltò zu da- o cavallo e si riparò derre a 'n prion, scocciando il revòr- baro che teneva nella sacchetta, persuaso d'essere caduto in un'imboscata. Stava con la testa abbassata; prima di taliàre torno torno voleva pensare a come si presentava la situazione. Con unna ponta d'amào s'è dito che fòscia Tea vegnùo o so san Martin, il suo turno. Dopo Tuttobene e Bendicò ora toccava a lui. Poi sentì una rumorata di zoc- coli che s'allontanavano di corsa e allora capì che il colpo era stato sparato contro qualcun altro. Si alzò lentamente, l'arma sempre in pugno. La revor- berata a Tea stasta tià de seguo da pederré a-o prion a for- ma di forchetta rotta che c'era a mano manca. Si mosse. Per fermarsi quasi immediatamente. Poco distante, vicino al masso, aveva visto una mula bardata, ma senza cavalie- re. Còs'o vceiva dì? Un trainello? Unna ghimmin-a? La rumorata di zoccoli in allontanamento era stata una finta per farlo venire allo scoperto mentre un segondo òmmo o se ne stava a redòsso? Si calò quasi a pancia a terra, isò il braccio e sparò un colpo in aria: che lo sapessero che pure lui era armato e per niente disposto a lasciàse ammassa. Scilensio. Allora, invece di andare dritto verso il masso, quatelosamente principiò a fare un largo giro, descrivendo un mezzo cerchio. Tirò fora il cannocchiale, taliò. C'era sì un òmmo, ma non stava appostato. Era stinnicchiato in terra a pansa a l'aia, le braccia in croce, una larga macchia di sangue nella parte alta del petto, proprio sott'a-a gòa. D'istinto si mise a correre verso l'òmmo, poi si fermò, paralizzato. Mai prima aveva veduto a uno sparato, mai aveva veduto tanto sangue. Ripigliò a muoversi squaexi in ponta de pé, e zenogge mòlle. Quando fu a pochi passi sentì il rantolo, o meglio una specie di fischio rauco inter- rotto da gorgoglii raschiosi. Non era una fìmmina, come a un certo momento gli era parso, ma un parrino, aveva scangiato a sottann-a pe de fàdette. S'inginocchiò allato al ferito, cavò dalla sacchetta il mandillo, cercò di tamponare col fazzoletto il pirtuso che quello aveva tanticchia più sotto del pomo d'Adamo. Il cappello del prasve era rotolato poco distante. Giovanni era infracidato di sudore, non sapeva che fare. L'aiutò il parrino stesso, raprendo gli occhi che prima teneva serrati e tarlandolo fisso. Fu allora che Giovanni lo riconobbe: era il famoso patre Carnazza che uno dell'Intendenza gli ave- va fatto conoscere e del quale gli aveva tanto parlato il cugino Fefè. Il parrino, sempre tallendolo, cercò d'articolare qualcosa. «Spa... ato... spa... iiii... ato...» Spaiato? Che veniva a significare? Forse voleva dire "sparato". Passò una mano sotto la testa del ferito, tenendogliela leggermente sollevata. Di colpo il parrino gli artigliò la mano dritta, che Giovanni teneva a mezz'aria non sapen- dola dove posare, e la tirò verso di sé, costringendolo ad avvicinare la faccia alla sua. Ma doveva avere fatto uno sforzo enorme perché richiuse gli occhi esausto. Gio- vanni pensò che fosse morto, però la stretta del ferito era ancora forte. Il parrino riaprì gli occhi e tentò ancora di parlare. «Mo... ro... mo... ro... cu... scinu... Fu... fu... moro... cuscinu...» «Vuole un cuscino?» gli spiò Giovanni intordonuto. «Ffffff... aaaaaa... nnnnnn... cu...lo» disse il parrino lasciandogli la mano. Chiuse gli occhi, piegò la testa di lato e morì. Era mai possibile che un prasve, per quanto farabutto, in punto di morte lo mandasse a fare in culo? No, non era possibile, chissà cosa aveva voluto dire, aveva capito male. «Padre! Padre!» lo chiamò scuotendolo. L'altro non rispose. O non aveva più sciòu pe parla o non voleva asgreià parole con uno che non ci capiva una minchia. O era morto? Gli toccò, inorridito, il polso. Non batteva. Che stava a fare ancora lì? Si susì, si levò il mantello, cummigliò il corpo del parrino, corse al cavallo, montò e al galoppo si diresse a Montelusa. La sera avanti l'avvocato Gregorio Fasùlo aveva fatto la parte sua di quanto don Cocò gli aveva ordinato di fare. Era andato di pirsòna nella canonica a dire a patre Carnazza che don Cocò, soprattutto doppo il lodo che levava la proprietà di Pircoco a don Memè, voleva evitare alzate d'ingegno e da una parte e dall'altra, voleva insom- ma levare le cose di mezzo tra lui e suo cuscino Memè. Un accordo era possibile, secondo don Cocò. Per evitare chiacchiere e sparlatìne in paìsi, don Cocò aveva organiz- zato l'incontro in campagna, nella casuzza di Ciccio Peralta, sulla strata per Vigàta, alle dieci del matino del giorno appresso. Don Cocò pirsonalmente avrebbe gover- nato l'incontro tra i due cuscini. Il parrino, storcendo il muso, aveva accettato. Non sapeva che don Cocò non aveva organizzato nessun incon- tro pacificatorio con don Memè: o meglio, patre Carnazza, sulla trazzera che portava alla casuzza di Peralta, avrebbe sì incontrato il cuscino Memè, il quale però non voleva parlargli di niente, solo sparargli e basta. A tirarlo fora da eventuali guai ci avrebbe pinsato don Cocò, glielo aveva sullennemente promesso. Quando Sciaverio Pipitene, incaricato di seguire da lontano tutta la facenna dell'ammazzatina, si appresentò nello studio dell'avvocato Fasùlo, questi capì subito che qualichi cosa non era andata per il verso giusto. «Che successe?» «Don Memè ha incontrato il parrino, se l'è portato darre il pietrone e gli ha sparato.» «Allora è andato tutto bene?» «Sì e no. Quando don Memè è scappato, io mi stavo avvicinando per vidìri se il parrino era morto o no e tutt'in- zèmmula è arrivato l'ispettori ai molini, quello che si chia- ma Bovara e che...» «Cristo! Non ci voleva! E che ha fatto sto strunzo?» «Ha pinsato che stavano tirando a lui. Ha sparato un colpo in aria. Ma si vidiva ca si stava cacanno sotto. Doppo s'è avvicinato al parrino. E patre Carnazza deve avergli murmuriàto qualichi cosa.» L'avvocato Fasùlo aggiarniò. «Ne sei sicuro? Si sono parlati?» «M'è parso di sì.» «Madonna biniditta! Capace che gli ha fatto il nome! Capace che gli ha detto che a sparargli era stato don Memè! E don Cocò aveva pigliato impegno con lui che non gli sarebbe capitato nenti di nenti! Se sto strunzo di Bovara mette in mezzo a don Memè, don Cocò la faccia ci perde!» «Forse era meglio se l'ammazzavo mentre stava allato al parrino» commentò a voce vascia Pipitene. «No, Sciavè, hai fatto bene a non complicare le cose. Aspettami qua. Faccio un salto da don Cocò e torno.» Arrivò davanti alla delegazione, attaccò Stiddruzzu af- faticato per la gran currùta a un'asse di legno, trasì a palla allazzata tanto che uno ch'era di guardia non arriniscì a fermarlo, spalancò la porta dell'officio del diligalo. «Ma che minchia di modo è?» gridò Spampinato isan- do la testa da un foglio che stava leggendo. Ma non disse altro, rimase a taliàre la faccia tirata di Bovara, la giacchetta e la cammisa lordate di sangue, i pan- taloni induriti dal fango. «C'è stato un omicidio» disse Giovanni col petto a stantuffo. L'altro non fece né ai né bai, ripigliò a lèggiri. «Mi ha sentito sì o no? C'è stato...» «L'ho sentita, egregio ragioniere. Mi scusasse se me la piglio còmmoda. Lo sa quante ammazzatine ci sono state dal principio dell'anno a oggi in questa sola provincia? Trentotto. E con questa che lei mi dice, fanno trentanove. Allora, mi contasse cos'è questa storia.» «Stamattina stavo tornando a casa a cambiarmi dopo avere ispezionato un mulino... Passato il bivio per Vigàta...» «Questo me lo spiega dopo. Ha visto il fatto?» «Visto propriamente no. Ho sentito un colpo d'arma da fuoco, molto vicino, tanto che ho pensato fosse diretto a me.» «Ah. Lei pensa che qualcuno possa spararlo, un giorno o l'altro?» Giovanni s'imparpagliò, raprì la bocca, la richiuse. «Mi scusasse, ragioniere. Vada avanti.» «Sono corso verso un masso da dove m'era parso pro- venisse lo sparo. E vi ho trovato un moribondo. Prima però avevo sentito l'assassino scappare a cavallo.» «L'ha visto in faccia?» «No, le ho detto che ho solo sentito...» «Perché dice che quello è l'assassino?» «Ma perché scappava dal posto dove... E poi non c'e- ra nessun altro.» «Eh, no, egregio. C'era macari lei. Che però non è scappato. Avanti, che ha fatto dopo?» «Ho cercato di portargli aiuto, ho tentato di tampona- re la ferita con un fazzoletto... Poi ho visto che tutto era inutile e sono venuto a denunciare il fatto.» «Perché non è andato dai suoi amici carabinieri?» «Perché la delegazione era più vicina. E poi i cara- binieri...» «Non era meglio carricare il ferito sul suo cavallo e andare a cercare un medico?» «Pensai che non sarebbe sopravvissuto.» «Lei naturalmente non conosce a quello che hanno sparato.» «Ma sì che lo conosco! È padre Carnazza.» L'espressione della faccia del diligalo cangiò di colpo. Ora pareva un cane cirneco che puntava la preda. «E riuscito a dire qualcosa il parrino?» «Sì. Prima ha detto qualcosa come "sparato". Ma, ve- de, era molto difficile capirlo, l'avevano colpito sotto la go- la. Poi ha fatto un nome. Sulle prime non ho capito poi, mentre correvo qua, tutto mi è diventato chiaro.» «Si spiegasse meglio» fece Spampinato tanto teso che si era susùto a mezzo dalla seggia. «Dunque, la prima cosa che mi disse fu "spaiato" o "sparato".» «Questo l'ha già detto.» «Poi m'afferrò la mano e fece: "Moro, fu moro cusci- nu". Io allora ho pensato che voleva un cuscino, gliel'ho chiesto e lui...» S'interruppe. «Prosegua, Cristo!» «E lui mi ha mandato a fare in culo, forse era esaspera- to che io non capivo quello che voleva dire.» «Ne è sicuro?» spiò il diligalo strammàto. «Be', sicuro sicuro, no. Ad ogni modo, mentre venivo qua, ripensando a quello che mi avevano contato dei rap- porti tesi tra il prete e suo cugino Moro, ho capito che sta- va dicendomi che ad ammazzarlo era stato appunto suo cugino Moro.» «Dov'è successo il fatto?» spiò Spampinato senza am- mucciare la preoccupazione. «Cercasse di essere il più chiaro possibile.» Giovanni glielo spiegò. Poi aggiunse: «Posso andare a casa a cambiarmi?» Spampinato non gli rispose. «Mellùso!» chiamò ad alta voce. S'appresentò un agente. «Mettiti a disposizione del ragioniere. Accattagli quel- lo che vuole. Ma per nisciuna ragione al mondo deve nèsci- ri di qua.» Mentre il diligalo stava dirigendosi all'attaccapanni dove c'erano la mantella e il cappello, trasì spiritato so' fra- ti Gnazio. «Patre Carnazza...» Si paralizzò all'occhiatazza che il diligalo gli lanciò. Niscìrono 'nzemmula. In strada, Gnazio disse al fratello che in paìsi correva voce che il parrino era stato sparato. Decisero, senza manco bisogno di parlarne, che prima d'o- gni altra cosa bisognava informare della facenna l'avvoca- to Fasùlo che avrebbe riferito a chi di dovere. «Ah, sì? Tempo ci persero» fu la reazione dell'avvoca- to Fasùlo quando Spampinato gli portò la notizia che ave- vano sparato al parrino. Ora l'avvocato era calmo, mezzo- rata di parlatina con don Cocò, che era un vero dio 'n ter- ra, aveva risolto tutto. Non doveva fare altro, ora come ora, che lasciare andare le cose come dovevano, semmai tantic- chia governandole. E quindi seppe macari come reagire quando il diligalo gli riferì che patre Carnazza, in punto di morte, aveva cer- cato di dire al ragioniere Bovara che il colpo glielo aveva tirato so' cuscino don Memè Moro. «Eh no! Questo signor ragioniere le cose se l'inventa! Ci ha l'inclinazione per la fantasia! Se l'arricorda, diliga- to, quanno tirò fora la storia del molino fantasima e tentò d'infangare quel gran galantomo che è don Cocò Afflitto? Diligalo, don Memè Moro in questa storia non ci trasì. E posso affermarlo con sicurezza! Ho saputo che stamatina era a letto, corcato, con la febbre a quaranta. Me lo disse manco un'ora fa il dottor Landolina, che è andato a visi- tarlo in campagna. Vogliamo mettere in dubbio la parola di un orno specchiato come il dottor Landolina? Don Memè, quanno il parrino è stato ammazzato, non si pote- va cataminare dal letto manco per andare a pisciare. È chiaro?» «Chiarissimo» disse il delegato. «E io ora che devo fare?» «A mia lo domanda? Lei il dovìri so' deve fare! Con una carrozza va sul posto, piglia il pòviro parrino, vivo o morto che sia, e lo porta allo spitàle.» Si sentiva perso di stanchizza, non aveva pititto a mal- grado che fosse da tempo passata la mezza, aveva rifutato pane, cacio e un bicchiere di vino che gli aveva portato l'a- gente Mellùso. Però la testa se la sentiva lucida. Verso l'una tornò Spampinato, nìvuro in faccia, e appres- so a lui trasì una persona che Giovanni non canosceva. «Questo è La Mantìa, il mio vice» lo presentò Spam- pinato. Giovanni s'inquartò. Certamente era lo stesso La Man- tìa ch'era entrato nell'ufficio di Bendicò con l'avvocato Fasùlo per perquisirlo nella speranza di trovare la carta topografica dei mulini. Spampinato s'assittò darre il tavolino, La Mantìa pigliò una seggia e si mise allato a Giovanni. Macari lui era serio serio. «Avete trovato padre Carnazza? Era ancora vivo?» spiò Giovanni. I due sbirri si scangiarono un'occhiata. «Di questo ne parliamo appresso» disse il diligalo. «Il mio superiore» intervenne La Mantìa «mi ha conta- to tutto quello che lei stamatina gli ha contato. Vorrei chia- rita una cosa.» «A disposizione.» «Vossia ha un revòrbaro, dato che sparò un colpo in aria.» «Sì» rispose Giovanni portando una mano in sacchet- ta. Era vacante. «No» si corresse arrossendo. «Cè l'ha o non ce l'ha?» «Ecco» disse Giovanni impacciato. «Ce l'avevo e ho sparato in aria. Ma ora non l'ho più in tasca.» «E pirchì?» «Mah. L'unica spiegazione possibile è questa: quando mi sono inginocchiato per soccorrere il ferito, devo averlo poggiato per terra e poi non l'ho più ripreso. L'avete tro- vato?» «Andiamo avanti» fece Spampinato intervenendo co- me se non avesse sentito la domanda di Giovanni. «Lei sta- matina dichiarò che il parrino le parlò e le disse che a spa- rargli era stato suo cugino Moro. È accussì?» «Guardi, delegato, che quello che tentò di dirmi non era così chiaro.» «Che fa ora, si tira narrè?» fece La Mantìa. «Io non mi tiro indietro! Confermo tutto! Ma, vedete, disse altre cose che non capii... A un certo momento, tenen- domi una mano, articolò con difficoltà: "Moro... moro... fu moro ... cuscinu". Questo l'ho inteso perfettamente.» «Ragioniere, vossia ci bazzica col dialetto nostro?» spiò Spampinato. «Abbastanza, sono nato a Vigàta, ma...» «Questo lo sappiamo. Vossia sa dirmi che significa dal- le nostre parti la parola moro?» «Uno scuro di pelle.» «Solo questo?» «No, anche un moro vero, un arabo.» «E basta?» «Be', vuol dire anche muoio.» «Lo vede quanto ce ne vuole prima che moro addiven- ti un cognome?» spiò La Mantìa. «Vossia dice che il parri- no arrinisciva a malappena a parlare, tant'è vero che vossia scangiò la parola cuscinu con cusscinu.» «Ma è la stessa cosa!» scattò Giovanni. «Nonsi» ribattè il diligalo. «Non la stessa cosa. Se io voglio dire cuscinu come guanciale, ci metto due esse: cusscinu. Se voglio dire invece cugino ce ne metto una sola: cuscinu. Mi spiegai?» Giovanni sentiva che la testa principiava a fumargli. «Mi levasse una curiosità», intervenne La Mantìa, «il parrino le disse "fu Moro" tutto d'un fiato?» «Non capisco la domanda» disse Giovanni intronato. «Vossia è pirsòna struìta e intelligente» premise La Mantìa «e sa come si parla. Una cosa è se io dico "fu Mo- ro" tutto di fila, e una cosa completamente diversa è se io dico "fu ... moro". Sono due cose diverse.» «Il significato non cangia!» «Questo lo dice vossia. Vuole babbiare? Altro se cangia ! Se tra "fu" e "moro" ci faccio una pausa, può significare che io stavo per fare il nome di chi m'aveva sparato, ma è sopprawe- nuto un dolore che mi fa dire che sto morendo, non il nome dell'assassino. E quindi quel "moro" è verbo, non cognome. Allora io le domando: questa pausa ci fu o non ci fu?» «Voi mi state facendo impazzire coi vostri cavilli!» si ribellò Giovanni. «No, egregio! Vossia è l'unico testimonio. Altro che cavilli! Noi abbiamo il dovìri di capire fino a che punto dice la virità o se ci viene a contare una virità di còmmodo!» «Verità di comodo? Siete impazziti?» «Vossia parla troppo di pazzia» osservò calmo La Man- tìa. «E usare questa parola, a vossia, non ci conviene.» «Ma che interesse avrei ad accusare Moro, il cugino del prete?» «I suoi interessi ancora non li canosciamo» disse Spampinato. «Ma le voglio dire una cosa: si metta in testa che con questa storia don Memè Moro non c'entra di sicu- ro. Nenti di nenti.» «Ne siete certi?» «La mano sul foco. E c'è macari un testimonio di tutto rispetto. E ora, egregio ragioniere, che mi dice?» «Che vorrei un bicchiere d'acqua» fece Giovanni sen- tendosi la gola arsa. «Fatto tutto?» spiò l'avvocato Fasùlo a Sciaverio. «Ci furono difficortà?» «Non ci furono difficortà. Tutto è a posto.» «Sciavè, ora devi fare un'ultima cosa e il signor ragio- niere Bovara se la può andare a pigliare nel culo in saecula saeculomm.» «Amen» disse Sciaverio. «Tu lo sai dove che abita donna Trisìna Cicero?» «Eccome no? Quanno vossia, rispetto parlanno, se la futtìva, io...» «Storia vecchia, Sciavè. Te la devi scordare.» «Me la scordai.» «Allora lo sai dove che abita Trisìna?» «Certo che lo saccio. Tiene tre case, una in campagna, una in paìsi e doppo c'è quella di Vigàta indove che...» «Sono a canoscenza che Trisìna ora è nella casa di qua, a Montelusa.» «Meglio accussì. Se ci devo andari, sparagno strata.» «Ci devi andare e ci devi parlare.» «E che ci devo dire?» L'avvocato Fasùlo gli spiegò per filo e per segno quello che doveva dirle. «E se quella mi dice di no?» «Allora le spieghi che non hai altra strata che quella di tirarle il collo come a una gaddrina, lì stesso e in quel mo- mento stesso.» Sciaverio si susì, un largo sorriso sulla faccia. «Minchia! Che testa fina è questo don Cocò!» L'agente Mellùso portò un bùmmolo d'acqua frisca, Giovanni ne scolò mezzo con una sola tirata. «Si sente meglio? Possiamo continuare?» spiò il diligalo. Giovanni fece signo di sì con la testa, aveva bevuto troppa acqua, gli mancava l'aria. «Io vorrei solamente sapìri pirchì vossia si vuole diver- tire tanto.» «Io mi diverto? E come?» «A dire minchiate» gli spiegò La Mantìa. «A inventarsi le cose» precisò Spampinato. «Io? E che mi sarei inventato?» «Prisempio, la storia del molino che non c'era» fece il diligalo. «Prisempio, che a sparare al parrino era stato don Me- mè» disse La Mantìa. «Prisempio, che patre Carnazza è stato sparato» fece il diligalo. Giovanni saltò dalla seggia, si sentì di colpo sufficare. «Almeno», spiegò La Mantìa «noi, nel posto dove ci ha detto, non abbiamo trovato a patre Carnazza, né vivo né mor- to. E dire che abbiamo pellustrato i paraggi palmo a palmo. La vuole sapìri una cosa? Vossia quella sparatina se l'inventò.» La càmmara principiò a firriare torno torno a Giovan- ni. Si susì, ma le ginocchia di ricotta non lo tennero e cadì in terra, sbinùto. Ancora mercoledì 3 ottobre 1877. «Avvocato, mi deve crìdire», disse Spampinato. «Io e La Mantia abbiamo smirciàto ogni centimetro darre il pietrone che il ragioniere ci aveva detto. E abbiamo taliàto macari torno torno. Nenti. Non solo non c'era il catàfero di patre Carnazza, ma non c'era manco la minima macchiuzza di sangue.» «E Bovara che disse quando gli avete contato che il morto non c'era?» «Nenti disse. Svenne, longo stinnicchiato in terra.» «Che avete fatto?» «Abbiamo chiamato il dottore. Gli ha dato a bìviri uno sciroppo per dormiri. Dice che dormirà per almeno quat- tro ore. E quanno s'arrisbiglia che dobbiamo fare?» «Quanno s'arrisbiglia, lo riaccompagnate a la so' casa. Le sue colpe non sono da galera. Almeno fino a quanno non verrà condannato. E porta sulle spalle un carrico pesante. Turbativa dell'ordine pubblico, propalazione di voci false e tendenziose, diffamazione... Ma poi io, da cri- stiano, mi passo una mano sulla coscienza e mi domando: sono vere colpe? Oppure si tratta di un pòviro pazzo che dice cose senza manco sapere quello che dice?» «Va beni, ho capito: ora come ora noi non ci possiamo fare niente.» «Eh no, carissimo, lei può fare qualichicosa. Anzi è suo dovere farlo.» «Si spiegasse, avvoca.» «Lei deve fare un rapporto scritto sulla facenna in quat- tro copie. Subito, ora stesso. Deve contare il fatto così com'è, senza una parola cchiù o una meno. La prima la man- da, a mano, al suo superiore, il questore. Le altre tre le man- da, per conoscenza, al signor prefetto, al comandante dei carrabbinera e al procuratore del Re. Accussì, se qualcuno stava facendo qualichi cosa in base alle denunzie di questo pazzo, si ferma a tempo e non fa mala figura. È ragionato?» «Ragionato è. Ma, avvoca, me lo fa un favori?» «Se posso...» «Me lo scrive vossia il rapporto? Io ci metterei una jor- nata intera.» «Va bene. A un patto, però: tutti lo devono ricevere massimo tra due ore.» Il trainello ideato da don Cocò andava ch'era una mera- viglia. L'avvocato Fasùlo intinse, sorridendo, la penna nel calamaro. Mentre taliàva l'avvocato che scriveva e ogni tanto gli faceva qualichi domanda di precisazione, Spampinato ven- ne pigliato da un pinsèro che espresse ad alta voce. «E se non fosse morto?» L'avvocato Fasùlo restò con la penna a mezz'aria. Sapeva benissimo che il parrino era passato a peggior vita e canosce- va macari il posto dove in quel momento il catàfero se ne sta- va, ma doveva fare finta di non sapìri niente, giocare il gioco. «Come, non è morto?» «Avvoca: mi stassi a sintìre. Noi, di tutta questa facen- na sappiamo solamente quello che ci ha contato il ragio- niere. Mi segue?» «La seguo.» «Ma siccome si tratta di un pazzo, può darsi che patte Camozza non è mai stato sparato e piccamora è in chiesa che dice l'avemmarie. Opuro è vero che è stato sparato, ma non è morto. Doppo tanticchia si è susùto ed è andato a farsi curare la ferita. In questo secondo caso però il ragioniere tanto pazzo non sarebbe. E io, con questo rapporto non posso andare a dire che Bovara è completamente fora di testa e da i nummeri.» «Il suo ragionamento fila» disse Fasùlo facendo finta d'essere d'accordo. «Pirchì non fa un salto in chiesa men- tre io finisco il rapporto e s'informa se il parrino tornò? Può macari mandare qualichiduno dei suoi omini a spiare a tutti i medici di Montelusa e allo spitàle se hanno visto a patre Carnazza. Se in chiesa non s'è fatto vivo e se nisciu- no ne sa niente, mandiamo il rapporto.» La chiesa era piena di gente come alla festa di San Girlando. Sull'altare maggiore, al posto del parrino, c'era una fìmmina che cantava e i fideli la stavano a sintìre. Non solo tutto il paìsi aveva saputo che il parrino era stato sparato, ma tutti canoscevano macari che il corpo non era stato ritrovato. Da quest'ultima notizia, la signora Ersilia Cuccurullo aveva formulato chiaro concetto e cioè che, come Gesù, patre Carnazza era risuscitato e per que- sto non lo trovavano. Sarebbe indubbiamente ricomparso ai suoi fideli. Perciò l'inno che in quel momento stava can- tando si chiamava "Resurrècchisit". Il diligalo non ebbe bisogno di spiare per capire che il parrino non era tornato in chiesa. Andò in diligazione, Bovara ancora dormiva sul divano dell'officio, chiamò quattro dei so' omini e li spedì a domandare notizie ai medici e allo spitàle. Tornarono doppo un quarto d'ora. Nisciuno aveva viduto a patre Carnazza. Si portò i quattro omini appresso e li fece aspettare per strata, davanti alla porta dello studio dell'avvocato Fasùlo. Acchianò solo. «Possiamo mandare i rapporti, i me' omini sono quas- sotto che aspettano. Nisciuno sa niente di questo parrino.» Teneva gli occhi chiusi ma non dormiva, quello che gli aveva fatto bere il medico non aveva avuto effetto. Dubita- va che potesse esistere una medicina che avesse il potere di dargli la quiete del sonno. Ogni tanto il suo corpo era scos- so da lunghi, violenti brividi. Doveva avere la febbre. Un pinsèro insistente gli martoriava il ciriveddro come un tra- pano: il ricordo di barba Pitrinu, un fratello di so moas. Non era un vero arregordo, perché lui a questo barba non l'aveva mai canosciuto, ma in famiggia ogni tanto ne par- lavano. Di quella volta che a Palermo era scinnùto dal tre- no completamente nudo e con una pasgua aperta... Di quell'altra volta che, mentre si recitava in chiesa, per Natale, la "Natività di Nostro Signore" era saltato tra gli attori, aveva stretto la mano all'attrice che faceva Maria congratulandosi e le aveva spiato se la creatura appena nasciua fosse màscolo o fìmmina... Barba Pitrinu era mor- to in manicomio che lui aveva già dozze anni. Possibile che il mattò fosse ereditario? Letto il rapporto del delegato Spampinato, il questore si fece un dovere d'andare di corsa a trovare S. E. il signor prefetto. «Eccellenza, ho ricevuto in punto un rapporto del de- legato Spampinato sull'ispettore capo ai molini Bovara Giovanni che...» «Anch'io l'ho ricevuto e l'ho letto» disse Sua Eccel- lenza. «Ha qualche idea in proposito?» «Mi permetterei di suggerirle, in attesa di sviluppi, che intanto Bovara sia sospeso dal servizio.» Sua Eccellenza fece chiamare il capo di gabinetto. «Ditemi, Curtopassi, l'intendente di Finanza è tornato in ufficio?» «Signornò, è ancora a Palermo, in ospedale, malato.» «Chi lo sostituisce?» «Ci sarebbe il dottor Barreca che è, provvisoriamente, facente funzioni del futuro facente funzioni.» «Va bene. Ora scrivo due righe a Barreca. È uno alto, biondo, coi baffi?» «Signornò, Eccellenza, è corto, grasso e nero di pelo.» «Fa lo stesso. Prowederete a fargliele recapitare imme- diatamente. Il ragioniere Bovara non è in grado d'intende- re e di volere, può provocare disordine in officio e fuori dell'officio. Va subito sospeso dal suo incarico e dallo sti- pendio in attesa di ricovero.» Davanti al Palazzo, il procuratore del Re Rebaudengo incontrò il presidente del Tribunale, il Grande Ufficiale De Magistris. Si strinsero la mano. Il presidente pareva a- vere prescia. «Mi scusi se non mi trattengo con lei. Ma devo correre a casa a cambiarmi. Lei non viene al ricevimento della mar- chesa Papìa? Pare che a intrattenerci stasera ci sarà mon- sieur Ducrot, un illusionista e prestidigitatore che tutti dicono fenomenale.» «No, non vengo. Mia moglie non si sente bene. E poi a me non piacciono i giochi di prestigio» disse Rebaudengo che aveva appena finito di leggere il rapporto del delegato Spampinato. Malgrado tutto a un certo momento doveva essersi appinnicato, perché si svegliò che una mano lo scutoliava. «Ragioniere!» «Eh?» «Spampinato sono. Si svegli, è quasi scuro. La riaccom- pagniamo a casa.» La notizia l'allegrò. Buttò giù le gambe dal divano ma non ce la fece a reggersi addritta. Barcollò e La Mantìa lo tenne affirrandolo per un braccio. Fora della diligazione, Giovanni non vide Stiddruzzu, il cavallo. «Non si preoccupasse della vestia» disse La Mantìa ca- pendo il motivo dell'esitazione di Giovanni, «l'abbiamo portata nella nostra stalla. D'altra parte vossia non è in condizione di stare a cavaddro.» «E io come faccio senza vestia?» «Vossia stanotte si riposa. Domani a matino presto la mandiamo a pigliare, vossia torna in diligazione e gli dia- mo il cavaddro.» «Ma perché devo tornare in delegazione?» «Perché ci sono tante cose in sospeso» tagliò Spampinato. Sbirro sempre era, epperciò, a malgrado che fosse cor- rotto, lordo di dintra e di fora, sempre da sbirro ragionava. I casi erano due e non si scappava: se il ragioniere era un pazzo che si era inventata un'ammazzatina, perché il parri- no era scomparso? Se invece l'ammazzatina era stata vera, perché il ragioniere avrebbe indicato un posto per un altro? Acchianarono nella carrozza, Giovanni dovette essere aiutato per mettere il piede sul predellino che era alto. La Mantìa s'assittò allato a Giovanni, Spampinato di faccia. Doppo tanticchia che viaggiavano, Giovanni spiò: «Avete trovato a patre Carnazza?» «No» rispose secco Spampinato. Furono le sole parole che si scangiarono per tutto il viaggio. Sette ore di gran corsa senza fermarsi un momento manco per fare pipì, Michilinu aveva fatto currìri la vestia che quella s'era ridotta con la schiumazza alla bocca. Sbal- lottata dintra la carrozza, donna Trisìna si sentiva la schina rotta, l'osso del cozzo che le doleva. Doppo Valledolmo, Michilinu imboccò la trazzera che portava a Liminùsa, la centrata dintra il feudo Roccella del quale Pino, il marito della soro di donna Trisìna, Agata, era il campere sopra- stante. Michilinu, che in quel posto già una volta ci aveva accompagnato la patrona, scinnì e andò a tuppiàre alla porta, mentre donna Trisìna faticava a ripigliare l'uso del- le gambe. La porta si raprì e apparse Pino, con un lume in mano. Parlottò con Michilinu, gridò: «Agata, to' soro Trisìna c'è.» E corse ad aiutare a scinnìri la cognata, che sempre gli aveva fatto sangue e che, fino a questo momento, ci era so- lo mancata l'occasioni bona. «Chi fu questa bella improvvisata?» «Ah, Pinuzzo mio! Morta sono! Di scanto e di stan- chizza!» «E di cu ti scanti, Trisinè? Qua c'è to' cugnato Pinuzzo che t'addifende!» E l'abbracciò. Trisìna si lasciò abbracciare. Pinuzzo la strinse tanticchia di più del nicissario. Trisìna si lasciò stringere tanticchia di più del nicissario. Il cognato casta- mente la baciò sulla fronte. Trisìna gli appoggiò la testa sul petto. E in quel momento sulla porta di casa comparse Agata, una mantella del marito sulle spalle, un lume in mano. «Trisinè! Giuiuzza mia! Che ti capitò?» Pino si sciolse dall'abbraccio. Non sarebbe mancata occasione. Attilio Lagùmina, ufficialmente proprietario del muli- no "San Benedetto" stava chiudendo il portone per torna- re a casa e corcarsi, dato che ogni matina alle quattro si su- siva per ripigliare il travaglio, quando sentì un cavallo arri- vare di corsa. «Lagùmina!» «È chiuso! Tornate domani a matino!» Non poteva stare ai còmmodi di chi s'appresentava fora orario macari con mezzo sacco di cìciri. «Pi mia il vostro molino è sempri aperto!» Riconobbe la voce arrogante di Sciaverio Pipitene, quello che ogni tanto veniva a portargli ordini. «Con questo scuro non t'avevo arriconosciuto, Sciavè.» Pipitene scese da cavallo, gli si avvicinò. «Che stai facenno?» «Non lo vedi? Sto chiudennu.» «Rapri.» Senza spiare pirchì, Lagùmina obbedì. Trasìrono nel mulino. «Addruma il lume e chiudi la porta.» Attilio fece quello che gli era stato detto, ancora senza raprire bocca. «Vuoi un bicchiere di vino?» «No. Stamatina venne qua l'ispettori?» «Sì.» «Trovò le cose in ordine come ti avevo detto di fargli trovare?» «Certo.» «Stamatina non venne.» «Eh?» «Sordo diventasti? Stamatina tu non l'hai visto.» «Ma a chi non vidi, biniditto il Signuri?» «A Bovara, a questo ispettori. Non è venuto nel molino.» «Ah, sì? E dove andò?» «Che me ne fotte a mia dove minchia andò! L'importan- te è che non venne qua. Chi c'era Stamatina che l'ha visto?» «Pirsòne per macinare non ce n'erano... L'hanno visto 'Ntonio Pirrera e Mimi Catalano, quelli che travagliano qua.» «Pirsòne a posto?» «A postissimo.» «E ora dove sono?» «Se ne sono tornati a casa, domani matina alle quattro devono tornare qua.» «Va bene. Appena abbiamo finito, tu li vai a trovare, ci parli e ci dici che macari loro Stamatina non hanno veduto all'ispettori.» «Va bene.» «Ci possiamo fidare di questi due?» «Come di mia stesso.» «E di tia ci possiamo fidare?» Attilio Lagùmina aggelò. Con Sciaverio non era cosa di babbìo. «Vuoi coglioniare?» «Be', allora tutto è a posto. Io me ne torno a Monte- lusa. Bonanotti.» «Aspetta» fece Lagùmina. «Che c'è?» «Il registro.» «Che è sto registro?» «Il registro che segna le ispezioni. C'è scritta la data di oggi e c'è la firma dell'ispettori.» «Fallo scomparire.» «Non posso. Se faccio una cosa accussì, vado in galera.» «Viene a dire che s'abbruscia.» «Ma è la stissa cosa!» «No, se il registro s'abbruscia da solo. Mi spiegai?» «E come si fa a farlo abbrusciare da solo?» «Si fa accussì. Tu, domani, quanno vieni a raprìre, ad- drumi il lume. Giusto?» «Sì. E doppo?» «E doppo il lume ti cade di mano. E il registro, ch'era propio nel punto indove che ti è caduto il lume, s'abbru- scia. Macari s'abbrusciano sulamente due o tre pagine, ma una deve essere quella di stamatina. D'accordo?» «Sì. Ma se putacaso l'incendio diventa vero e abbruscia ogni cosa?» «Devi dire ai due to' aiutanti che devono arrivare qua doppo cinco minuti. E t'aiutano ad astutare il foco. Dop- po, però, corri dai carrabbinera di Cianciàna e denunzi il fatto dell'incendio. M'arriccomando. Posso riferire che tu farai il dovìri tuo?» «Sempri agli ordini» fece Attilio Lagùmina. Don Memè Moro stava firriando, lume in mano, càm- mara appresso càmmara, nella casa di fondo Pircoco che ora non si sapeva più a chi apparteneva, essendo morto quel grannissimo garruso di parrino che gliela aveva levata. Gliela aveva levata, ma non se l'era potuta godìri: lui gli ave- va sparato, come aveva sullennemente giurato. Aveva mira- to alla faccia e invece, questo l'aveva veduto chiaramente, l'aveva pigliato al petto. Le lezioni di Aliquò gli avevano portato giovamento. Sentì una carrozza trasìri nel baglio e corse a mettersi a letto. Doveva mostrarsi affebbrato, come il dottor Landolina gli aveva detto. Sentì una voce. «Ehi di casa! Don Memè!» La riconobbe. Era quella dell'avvocato Losurdo. «Acchianasse, avvoca. Corcato sono.» Losurdo trasì nella càmmara che pareva agitato. «Perché si corcò a quest'ora?» «Bonasira, avvocato. Sono corcato pirchì ho tanticchia di febbre. Stamatina vinni il dottori Landolina, mi visitò e mi disse di guardarmi.» Se aveva avuto un minimo dubbio, ora all'avvocato gli scomparse: se il dottor Landolina, notoriamente orno di don Cocò, aveva dichiarato che don Memè pativa di feb- bre, questo stava a significare che don Memè scoppiava di salute. E quindi il suo cliente non aveva saputo reggere e aveva ammazzato il parrino. «Lo sa che avrebbero sparato a patre Carnazza?» «Sì, me lo disse uno che mi venne a trovare...» S'interruppe, taliò l'avvocato con gli occhi a fessura. «Come sarebbe a dire avrebbero?» «Eh, sì. Il ragioniere Bovara è andato a dire a Spampi- nato d'avere trovato a patre Carnazza moribondo.» «E questo me l'hanno detto.» «Però il fatto è che quando Spampinato andò a cerca- re il parrino, o il suo corpo, non lo trovò.» Questa don Memè non la sapeva. Sudò. «Non lo trovò?» «Nossignore. Non c'era. Almeno così contano in paìsi. Molto probabilmente patre Carnazza era solamente ferito e il ragioniere lo credette moribondo. Si vede che il parri- no s'arripigliò, si susì e si andò ad ammucciare per farsi curare. Saranno cazzi amari per chi gli ha sparato e l'ha creduto morto quanno se lo vedrà ricomparire davanti risuscitato.» Don Memè principiò a lamentiarsi come un cane scon- solato. «Si sente male?» L'avvocato pinsò d'avere esagerato a mettergli scanto. Don Memè, da parte sua, si sentiva pigliato dai turchi. Era sicuro d'averlo colpito in pieno petto al parrino. Capace che, ferito mortalmente, avesse fatto qualche passo doppo il ritrovamento da parte di Bovara e poi fosse andato a morire dintra a qualiche sdirrupo. Questo pinsèro lo confortò. «Avvocato, le volevo spiare una cosa.» «Mi dica.» «In caso di morte di patre Carnazza, non avendo lui eredi, la robba torna a mia? C'è speranza?» «Devo pensarci bene. Accussì, ora come ora, non sa- prei che dirle. Ma prima...» «Prima?...» «Bisognerà essere sicuri che patre Carnazza sia morto. Non le pare?» Arrivati davanti al cancello di legno, l'agente che por- tava la carrozza scinnì, lo raprì e rimontò. La carrozza pro- seguì e si fermò propio davanti alla porta della casa di Giovanni. «Siamo arrivati» disse La Mantìa. C'era scuro fitto. Giovanni cercò in sacchetta la chiave, la trovò. «Bonanotte» fece. «Allora siamo d'accordo: domani a matino passiamo verso le otto a pigliarla» disse Spampinato. Giovanni fece per raprìre, ma s'accorse che la porta era aperta. Doveva essersi scordato di chiuderla, qualche vol- ta gli capitava. Trasì, dirigendosi verso il tavolino dove c'era il lume, ma incespicò e cadde, facendo un grido. Spampinato e La Mantìa che stavano per montare in car- rozza, trasìrono di corsa nella casa. Non vedevano niente. «Che fu?» spiò Spampinato. Giovanni non rispose, si era messo a chiàngiri. La Mantìa addrumò un solfanello. Alla debole luce si addunarono che il ragioniere era inciampicato ed era caduto. Sotto a lui ci stava il catàfero di patre Carnazza. FALDONE B DELEGAZIONE ALLA PUBBLICA SICUREZZA DI MONTELUSA All'Ecc.mo Signor Questore Montelusa Montelusa, li 4 ottobre 1877 OGGETTO: Rapporto sull'arresto di Bovara Giovanni Faccio seguito al rapporto dal sottoscritto Delegato invia- to or è ieri dopopranzo. Nel corso di detto dopopranzo, avendo il sottoscritto e il vicedelegato La Mantia comunicato al Bovara di non aver rinvenuto il cadavere del Carnazza nel posto da lui istesso indicato, egli non ci apponeva parola, ma cadeva in stato di evidente malore onde per cui un medico, da noi chia- mato, gli somministrava una pozione sonnorifera a scopo di calma dell'agitazione. Infine risvegliatosi, il Bovara non cangiava per niente quanto avevaci già detto circa i fatti che secondo lui sarebbero successi. Pattasi sera, il sottoscritto e il vicedelegato La Mantia de- cidevano di accompagnarlo in carrozza, non essendo egli in grado di cavalcare da solo, fin nella sua casa in territorio di Vigàta, a lui locata dalla vedova Cicero Teresina. Arrivati che era già scuro fitto, in sulla porta di casa ci con- gedavamo e facevamo per salire in carrozza quando senti- vamo un forte grido provenire dal di dentro dove che il Bovara erasi introdotto. Datesi lo scuro sopradetto, non ci raccapacitavamo ancor- ché sentivamo il Bovara essere scoppiato in singhiozzi. Fatto lume, scoprivamo che il Bovara erasi inciampato nel cadavere del Carnazza che ivi giacca. Sollevato a forza il Bovara e messolo a sedere sopra una sedia non procedevamo al di lui ammanettamento inquan- toché pareva un pupo di pezza. Don Carnazza era stato ammazzato con un colpo d'arme da foco che l'aveva pigliato nella parte alta del petto, sicco- me lo stesso Bovara avevaci in mattinata dichiarato. Il suo cappello giacca sotto il tavolo che trovavasi poco distante in quanto trattasi di camera da mangiare. Medesimamente in sullo istesso tavolo c'era un revolver che, dalla specifica del porto d'arme concesso al Bovara, risultava d'appartenenza del Bovara istesso. Nel tamburo del quale rinvenivansi numero cinque cartuc- ce, vale a dire che l'arme era a carica completa. Di queste cinque cartucce una soltanto si manifestava esplosa. Si richiama alla mente della S. V. Ill.ma che don Carnazza risulta raggiunto da un solo colpo mortale. Inviata di ritorno la carrozza a Montelusa per l'avvertenza del caso al signor Pretore Zagarella cav. Alfio e al dottore Puma cav. Graziano, il sottoscritto e il La Mantìa divisava- no, dopo aver legato a una sedia il Bovara che sempre pa- reva un pupo, di procedere a perquisizione. Ma prima il La Mantìa faceva il giro della casa e proprio dietro di essa, legata a un albero, rinveniva la mula di proprietà notoria di don Carnazza. Nel girare torno torno, l'occhio di subito mi cadeva nella credenza di detta camera da mangiare in sulla quale spic- cavano due candelabri a sei braccia d'argento massiccio. Detti candelabri erano stati denunziati qualche giorno pas- sato dallo istesso don Carnazza quale rubati dalla chiesa della quale era parroco. Saliti nella camera di letto, scoprivamo che le linzòla indo- ve che dormiva il Bovara portavano ricamate le cifre del nome e cognome di don Carnazza, appartenendo quindi al di lui corredo. Dal che il sottoscritto e il La Mantìa si facevano capaci sul perché e il percome dell'avvenuto fatto di sangue. Era notorio in paese che la vedova Cicero Teresina intrat- teneva da qualche tempo congressi carnali con don Car- nazza, andando a recarsi nella di lui casa soprastante la chiesa ogni mattina appena che finiva la prima messa. Conosciuto il Bovara per via della locazione della sua casa sita in Vigàta la vedova deve essersi invaghita dell'ispettore ai molini e certamente tra i due deve essere svampato un intrec- cio datesi che la Cicero risulta di facile costume. In seguito a questo, istillata dal Bovara o per sua persona- le volontà, la Cicero colmava il novello amante di tutto quello che otteneva dal prete o che appo lui riusciva a tra- fugare. Il concetto che subito salta alla mente di conseguenza è che il prete, scoperta la tresca della sua amante con il Bovara, si sia recato nella sua abitazione per una spiegazione tra uomi- ni, ma, alla vista dei candelabri rubati, si sia molto arrabbia- to onde per cui, accesosi un diverbio, il Bovara abbia estrat- to il revolver sparando e ammazzandolo. Avrebbe quindi nascosto nel di dietro la mula e sarebbe venuto in delegazione a Montelusa contando una storia diversa da quella veramente successa. Ma, è questa la domanda che mi sono apposta, perché avrebbe fatto questa mossa? Non seppi, in sul momento, darmi risposta. Intanto, avendo il dottore constatato la morte del cadave- re e avendo il signor Pretore disposto l'asporto della salma, il sottoscritto, acciò accudito, dopo aver fatto accompa- gnare il Bovara in Delegazione e dopo avere mandato un agente in contrada Zuccarello indove trovasi allocata la casa di campagna della suddetta Cicero Teresina, di perso- na si recava nell'abitazione civile della Cicero, sita in vico- lo Garibaldi. A malgrado del bussare, nessuno facevasi vivo. Una vicina di casa, Luparello Antonia, mi portava a conoscenza che la Cicero era partita in carrozza nella gior- nata avanti e non aveva più fatto ritorno a casa. Poco dopo l'agente mandato in contrada Zuccarello riferivami essere la casa di campagna disabitata. La latitanza della Cicero lasciava chiaramente intendere la sua complicità nel fatto di sangue commesso dal suo aman- te Bovara. Ma proprio perciò si faceva largo nella mia testa la rispo- sta alla domanda del perché il Bovara avesse armato tutto quel teatro. La risposta è: perché il Bovara vuole passare per pazzo, mentre trattasi di un assassino sanissimo di cervello. L'omicidio non è stato fatto a sangue caldo nel corso di una lite, ma è stato bene architettato e da lunga pezza. Intrecciato quasi lo stesso giorno del suo arrivo a Monte- lusa il rapporto carnale con la Cicero, il Bovara, d'accordo con la donna, decideva di far continuare la tresca della sua amante col prete al fine di poterlo spogliare dei suoi beni fino all'osso. Ma il prete deve essersi accorto della nuova relazione del- la Cicero col Bovara, evidentemente richiedendo indietro i regali fatti o minacciando di denunciare l'avvenuto furto dei due candelabri; fattostà che il Bovara e la sua amante, considerato il periglio onde venivansi a trovare se il prete si fosse risolto a mettere in atto i propositi, decisero di toglierlo di mezzo. Ma prima il Bovara volle a tutti mostrare una sua inventa- ta pazzia, acciocché l'eventuale scoperta dell'ammazzatina di don Carnazza fosse quasimente imputabile al suo svani- mento di testa. Ecco perché denunciò l'esistenza di un molino dove l'Ar- ma non ne trovò traccia! Ecco perché si è presentato in Delegazione dichiarando d'a- vere visto un omicidio in un loco mai visto e dandone la col- pa a don Emanuele Moro che proprio quella mattina (cosa dal Bovara ignorata) trovavasi allettato con forte febbre! Ecco perché ha fatto ritrovare il morto in casa sua quando avrebbe potuto gettarlo in uno sdirrupo senza che nessu- no ci facesse caso! Ecco perché si è messo a piangere quando ha intruppato (a posta) sul cadavere e vi è cascato sopra (a posta) scop- piando in singhiozzi: voleva far capire al sottoscritto e al La Mantìa che solo al momento della precipitazione sulla salma egli si fosse reso conto che quella salma l'aveva lui stesso provocata! Il Bovara ci disse, nella sua finta pazza denuncia del mati- no, di essere andato a ispezionare il molino "San Benedet- to" di Cianciàna. Ho mandato per scrupolo d'indagine un mio agente in loco: ebbene, tanto il proprietario del moli- no quanto i due lavoranti negano decisamente che quella matina il Bovara sia stato visto da loro. Ben volentieri avrebbero mostrato a sostegno della loro dichiarazione il registro delle ispezioni, se un principio d'incendio non l'a- vesse in parte abbrusciato. Sono a disposizione però a ren- dere doverosa testimonianza in Tribunale. Per tutti questi motivi il Bovara trovasi in stato d'arresto presso la Delegazione, non ho potuto farlo tradurre in car- cere perché San Vito è costipato e lo stesso dicasi del car- cere centrale. In fede Il Delegato di P.S. Spampanato REGIO TRIBUNALE DI MONTELUSA A S. E. Ill.ma il Presidente Montelusa, li 5 ottobre 1877 Recatesi presso la Delegazione di P.S. di Montelusa ove trovasi provvisoriamente ristretto Bovara Giovanni per procedere al di lui interrogatorio per il reato d'omicidio ascrittogli nella persona di don Artemio Carnazza, il sotto- scritto constatava essere il sopradetto Bovara in stato di totale confusione mentale e in preda a manifesta turbativa. Alla mia domanda ove egli fosse nato, rispondeva una vol- ta a Genova e un'altra volta a Vigàta, ma che erasi ravve- duto, propendendo a considerarsi, al momento attuale, nato decisamente a Vigàta. Alla stranezza di questa asserzione, dopo aver premesso di essere stato un buon giocatore di scacchi sia pur un poco fuor d'esercizio, aggiungeva che, nel corso dell'insonne notte trascorsa nella cella della Delegazione, aveva a lungo meditato sullo schema di gioco e che stimava perciò vin- cente la mossa del cavallo. Almeno credo che così si sia espresso, non intendendosi il sottoscritto del gioco degli scacchi. Faccio presente che questo sproloquio venne fatto in dia- letto siciliano, rifiutandosi il Bovara di parlare l'italiano ed asserendo essere il siciliano l'unica lingua per lui più sicu- ra per non commettere errori. Alle mie successive domande ha opposto uno smarrito silenzio. Il dottor Ernesto Lojacono, dal sottoscritto espressamente convocato, ha espresso l'opinione che non sarà possibile procedere all'interrogatorio del Bovara prima di una setti- mana. Con osservanza Giosuè Pintacuda Giudice Istruttore REGIA PROCURA DI MONTELUSA - IL PROCURATORE DEL RE Al Signor Francescon Capitano Gustavo Corpo Regia Guardia di Finanza Montelusa Montelusa, li 6 ottobre 1877 Comandante, risultami che la società denominata "Acheronte" per lo sfruttamento delle miniere solfifere chiamate "Bucafosso" e "Terranella" ha sede sociale in via Re Ruggero n° 18, nel- lo stesso locale a piano terra delle altre società già in prece- denza individuate. La sede legale della società "Acheronte" è anch'essa pres- so lo studio dell'avvocato Gregorio Fasùlo. Voglia riferirmi al più presto. Con molta stima IL PROCURATORE DEL RE Ottavio Rebaudengo «LA CONCORDIA» Settimanale montelusano Direttore-Proprietario: Salvatore Afflitto 8 ottobre 1877 LETTERA APERTA AI CITTADINI DI MONTELUSA E PROVINCIA Cittadini! Ricordate le parole pubblicamente pronunciate dall'onore- vole Scopare sulla pubblica piazza per salutare l'avvento della Sinistra al Governo del nostro Paese? Giova ripeterle. "Dopo diciassette anni il vecchio Governo si ritira ed il Partito d'opposizione ascende per la prima volta al potere. Le quasi spente speranze della Sicilia rivivono e sotto i migliori auspici. Anche noi, quanto i nostri awersari, e più dei nostri awersari, vogliamo che l'ordine e la libertà sia- no l'elemento primo dell'esistenza politica del Paese. Noi vogliamo l'ordine perché vogliamo la libertà. Vogliamo l'ordine, ma senza violenze, senza leggi eccezionali, senza arbitrii: lo invochiamo come salvaguardia dei diritti che abbiamo conquistato, non come pretesto per chiudere il codice delle guarentigie liberali e riaprir quello degli espe- dienti degli antichi regimi." Questo disse l'onorevole Scopare. Ma noi ben sapevamo qual fosse il costume della Sinistra! Di parole un fiume, di fatti carestia. Tempestose nubi si addensano nel cielo del nostro bel Paese e si cangeranno in rovinosa tempesta se ogni cittadino dabbene non farà sen- tire la sua voce di protesta a fronte delle malefatte che que- sto Governo di Sinistra ritiene essere manifestazioni d'or- dine e di libertà! Chicchessia può vedere a quale stato di disordine sia ridot- ta la nostra Provincia ad appena un anno di Governo del- la Sinistra. L'indignazione di tutti i possidenti è giunta a tale che son fermamente determinati a chiuder le loro miniere, perché continuamente vessati da tasse, furti e scrocchi, dal conti- nuo timore di vedersi abbruciato il minerale estirpato; misura che getterebbe in mezzo alla strada senza pane un tremila persone circa. Lo stesso timore è in tutti gli agricoltori, i quali, privi di po- tersi liberamente portare nelle loro campagne per tema di perdere la vita, fa sì che le campagne si trovino deserte e nessuno intraprende lavori. Tale mancanza di lavoro priva della necessaria sussistenza tanti infelici che ritraggono il loro necessario alimento da' sopraddetti lavori. Non parlo del commercio perché è dell'intuito distrutto oltre che dalle ruberie puranco dalle leggi di questo Governo e dalle sue tasse jugulatrici. Questo è l'ordine della Sinistra! E in quanto al nobile impegno di non "chiudere il codice delle guarentigie liberali" un solo esempio basterà. La mia civile operosità, il mio desiderio d'adoprarmi allo svi- luppo del nostro commercio, della nostra agricoltura, della nostra pesca, sempre nel pieno rispetto delle leggi e princi- palmente obbedendo alla mia rettilinea morale, mi hanno portato ad essere da Voi considerato una colonna di questa Provincia, ed io ne ho coscienza, pur con turbata modestia. Orbene, un magistrato asservito al potere attuale ha intra- preso una campagna d'indagini sulle mie attività lasciando intendere d'essere io il manovriero occulto di chi sa quali loschi affari! E sapete, concittadini, da dove prende egli le mosse per il suo intrigo ai miei danni, colpevole solo d'aver sempre e alla luce del sole, dichiarato il mio convincimento contra- rio alle idee di coloro che oggi ci governano? Egli fonda le sue indagini sulle parole del tristemente noto in questi giorni alle cronache giudiziarie Bovara Giovanni il quale attualmente trovasi detenuto per aver sacrilega- mente commesso omicidio in persona di un uomo di Dio, il sacerdote Artemio Carnazza. Delitto vieppiù orrendo considerati gli abbietti motivi che l'hanno scatenato! Io mi chiedo: qual valore di verità può avere la parola di un assassino presso un magistrato? Siamo arrivati a questo? Io allora vi invito, concittadini, ad allontanare dal vostro ani- mo d'onesti e d'obbedienti ogni riguardo per uomini che sono indegni delle alte cariche che pur ricoprono! Vi invito ad unirvi a me per lottare per il ripristino vero, e non sol con fumose parole, delle liberali guarentigie. Nicola Afflitto REGIO TRIBUNALE DI MONTELUSA Ottavio Rebaudengo Procuratore del Re Quivi Montelusa, li 8 ottobre 1877 Signor Procuratore, apprendo testé, dalla lettura di una lettera aperta del si- gnor Nicola Afflitto sul settimanale «La Concordia», che dal Suo Officio è stata aperta un'inchiesta basata sulle di- chiarazioni di Bovara Giovanni che io dovrò interrogare nei prossimi giorni per l'assassinio di don Artemio Car- nazza. Credo che sia opportuno Ella voglia concedermi un collo- quio in merito. Con stima Giosuè Pintacuda Giudice Istruttore «LA CONCORDIA» Settimanale montelusano Direttore-Proprietario: Salvatore Afflitto 10 ottobre 1877 EDIZIONE STRAORDINARIA! Dopo la lettera aperta pubblicata sulle nostre pagine dal signor Nicola Afflitto, siamo rimasti annegati sotto le let- tere e i biglietti di adesione all'appello lanciato. Per tutte pubblichiamo la lettera del dottor Miraglia, sin- daco di Montelusa. "Il sottoscritto si reca a dovere di manifestarLe la sua pie- na concordanza con quanto da Lei scritto. Il farnetichìo di un solo, perdipiù assassino, non puole es- sere voce da seriamente raccogliere ove non si sia mossi da altre ragioni che non quelle strettamente attinenti alla giu- stizia. Laonde il sottoscritto Sindaco, nel ringraziarLa per quanto Ella ha fatto e continua a fare per il bene dei suoi conterra- nei, si fa veridico interprete dei sentimenti di tutti nell'of- frirLe un sincero attestato di riconoscenza sperando ch'Ella, sordo a meschine trame, continui nell'oprar suo per il bene di tutti. Il Sindaco: Alfonso Miraglia." Ci sono pervenute lettere: da parte del signor Attilio Garbino, sindaco di Favara; da parte della Giunta municipale di Comitini; da parte della Giunta municipale di Grotte; da parte del Clero della Provincia rappresentato dal Cano- nico Gibilaro; da parte dell'Unione Commercianti della Provincia; da parte di un centinaio di privati cittadini tra i quali spic- cano il marchese Pinuardi, il barone Rifirò, il conte Taetà- ni, il marchese Giabbracone, Salvatore Tancàmo, John Oates, Hans Gottheil, ecc. Il seguito al prossimo numero. DOTT. PROF. CAV. ON. GERARDO CASUCCIO Deputato al Parlamento Montelusa ALL'Ecc.mo Grande Uff. Salvatore Eonafede Capo di Gabinetto diS. E. il Ministro di Grazia e Giustizia Roma Roma, 12 ottobre 1877 Totò, a Montelusa la situazione si è fatta gravissima. Te ne avevo scritto in data 29 settembre, ma tu invece hai preferito continuare a minartela. Don Cocò non vuole più sentire ragioni. E nel tuo stesso interesse correre ai ripari. Questa testa di cazzo di Rebaudengo deve essere trasferi- to immediatamente. Ti prevengo che i deputati Minacori, Bellavia, Scimè, Rad- dusa (e il sottoscritto) presenteranno un'interpellanza in merito all'operato del Procuratore del Re a Montelusa. E nell'interesse di questo Governo mettersi contro a una Provincia intera? Passerò da te nel pomeriggio, ricevimi immediatamente. Gegè «LA VOCE DELL'ISOLA» Quotidiano Direttore: Angelo Rabbito 12 ottobre 1877 POCHE RIGHE DAL DIRETTORE Un cittadino di Montelusa, noto nell'Isola tutta per la sua intraprendenza negli affari, nel commercio, nell'agricoltu- ra, ha fieramente protestato dalle pagine di un settimanale locale per la persecuzione alla quale viene sottoposto da un magistrato di quel Tribunale, il tutto sulla base delle cer- vellotiche dichiarazioni di un delinquente comune, attual- mente detenuto per omicidio. Noi, che abbiamo l'onore di conoscere di persona il signor Nicola Afflitto e abbiamo avuto modo di apprezzarne l'a- damantina onestà, raccogliamo, insieme ai più, il suo grido di dolore e di sdegno. Una magistratura, prima cieca e sorda, ora risvegliatasi sol per perseguire il giusto, non è degna di un paese civile. «LA GAZZETTA DI PALERMO» Quotidiano Direttore: Manfredi Piro 14 ottobre 1877 ULTIMA ORA Ci giunge in punto la notizia che il Procuratore del Re di Montelusa, Rebaudengo cavalier Ottavio, è stato con effet- to immediato trasferito presso il Regio Tribunale di Ge- nova. Questo trasferimento, al quale plaudiamo, servirà certa- mente a placare una situazione che tanto a Montelusa quanto nella Provincia minacciava di degenerare con gra- ve danno di tutti. Il cavalier Rebaudengo verrà sostituito dal cavaliere An- tonio Lacalamita, attualmente Procuratore del Re a Cata- nia, dove si è fatto apprezzare per le sue spiccate doti di prudente equilibrio. All'ecc.mo cav. Giosuè Pintacuda Giudice Istruttore Tribunale diMontelusa Montelusa, li 14 ottobre 1877 Signor Giudice, mi pregio comunicarLe che il detenuto Bovara Giovanni è tornato in buone condizioni fisiche, sia pure dopo un perio- do più lungo di quello da me inizialmente previsto. Del forte turbamento che prima palesava, ora non gli è rimasto altro che l'ostinazione a esprimersi in dialetto sici- liano. Purtuttavia, nel corso dell'interrogatorio al quale Lei dovrà sottoporlo, vorrei pregarLa di considerare che, di quando in quando, il Bovara torna a cadere nelle sue fissa- zioni. Ad esempio, egli mi ha comunicato di essere pronto a sostenere il Suo interrogatorio solamente dopo aver ap- preso il trasferimento del cavalier Rebaudengo, Procura- tore del Re. Sostiene che adesso tocca a lui la mossa. A parte ciò, egli si è dichiarato in grado di rispondere a tutte le domande. Di Lei devot.mo Dott. Ernesto Lojacono Lunedì 15 ottobre 1877. Signor Bovara, quando il cancelliere e io l'abbiamo salu- tata, lei ha ricambiato dicendo: baciamulimani. Perché ci ha risposto in dialetto? Pirchì fino a quanno mi trovu in chista situazioni pen- serò e parlerò accussì. Guardi che la cosa, ai fini dell'interrogatorio, dato che tanto io quanto il cancelliere siamo siciliani, non ha nessuna importanza. Questo lo dice vossia. Va bene, andiamo avanti. Lei ha qualcosa da modificare del racconto fatto al delegato Spampanato sul ritrovamento del cadavere? Nonsi, quanno che lo ritrovai io, ancora non era cada- vere. Stava per divintarlo. Dunque lei in sostanza conferma il ritrovamento di padre Carnazza sulla (razzerà poco dopo il bivio Montelusa-Vigàta? Sissignuri. E come spiega allora che il corpo è stato ritrovato a casa sua? Se me lo spiega prima vossia, è megliu. Guardi, ragioniere, che qui quello che deve dare spiega- zioni è lei. Seconno mia, ce lo portarono a casa mia, il morto. Lo misero là pirchì io l'arritrovassi tornando. Accussì mi pigliavano nei lacci: avendo in matinata dichiarato che u parrinu l'avevo trovato in un posto, non potevo la sira stissa tornare in diligazioni dicennu ca inveci u parrinu era a me' casa. Pigliato di scanto, mi sarei trovato neces- sitato ad andare ad ammucciarlo io stesso. E accussì sarebbe stato cchiù facile darmi la corpa dell'omicidio. Ci pari ragiunato? Più che ragionato, mi pare romanzesco. Lei avrebbe ne- mici così intelligenti da inventarsi un piano siffatto? Vossia pensa di no? Gliela hanno mai contata la storia del molino che prima c'era e doppo non c'era cchiù? Non le pare una bella alzata d'ingegno per fàrimi crìdiri pazzo? È tutta una pinsata per levarmi di mezzo. A Tuttobene l'annegarono, a Bendicò gli spararono e a mia stanno ten- tando di fàrimi morìri in càrzaru o in manicomiu. Cambiamo per il momento argomento. Lei conosce la signora Teresina Cicero, dalla quale ha affittato la casa dove abita? Sissignuri. Ha avuto con lei una relazione intima? Nonsi. Io la signora Trisìna la vitti una vota sola, la domìnica istissa che andai a la casa di Vigàta. Arrivò nel doppopranzo, in carrozza, c'era macari un picciotteddru, Michilinu. Mi portò il cavaddru che m'abbisognava e macari du' para di linzòla che in casa non ce n'erano. Doppo non l'ho cchiù veduta. Questi lenzuoli erano quelli con ricamate le iniziali di padre Carnazza? Lei mi disse che quelle iniziali erano di so' marito. Infatti le iniziali dei due uomini combaciano... E quando vi siete rivisti? La donna, a ogni incontro, le portava qualco- sa di nuovo? Signor giudice, a mia vossia in castagna non mi ci pi- glia. Io a quella fìmmina la vitti solamente una vota. Le altre cose le attrovai sul tavolino della càmmara di mangia- ri qualichi jorno appresso. Anche i due candelabri d'argento? Macari quelli attrovai una sira tornando. Non lo stupì il fatto che quella donna, senza motivo alcu- no, a sentir lei, le abbia fatto un regalo di tanto valore! Sì, me lo spiai. Ma mi spiegai la cosa. Lei i regali non li faceva a mia, ma a la casa. La voleva fari graziusa, macari per affittarla megliu doppo di mia. Ma pirchì non lo spia- te macari a lei? Non è reperibile. Lei ha idea dove possa esser si nascosta? Io non saccio manco indovi che sta di casa a Montelusa. Che motivo poteva avere la signora Cicero per rendersi irreperibile? Se non quello d'essere complice del delitto da lei commesso? Se veramenti non si trova, cosa che io saccio ora, ci può essire qualichi altra scascione. Me ne dica qualcuna. L'hanno ammazzata. Opuro l'hanno fatta scappare sot- to minazza di morti. E perché? Signor giudice, se vossia la poteva interrogari, quella le contava la virità. E tutto chistu strumentìo che hanno stu- diato per fàrimi crìdiri un assassinu non funzionava cchiù. Lei sapeva che la signora Cicero era l'amante di padre Carnazza? Sissi. Me lo disse un barberi di Montelusa, che po' è me' cuscinu. Mi fece l'elenco completu. Di cosa? Degli amanti che la signora Cicero aveva avuto. Lei l'ha conosciuto di per sona padre Carnazza? Mi fu presentato da un collega mentre traversavo un corridoru all'Intindenza. U parrinu era venuto pi una fa- cenna di tasse. Lo vitti quella vota e basta. Perché è scoppiato in singhiozzi? Quannu? Quando, tornando a casa sua al buio, è inciampato nel cadavere. La raggia. Si spieghi meglio. Quannu che inciampicai, capii di subito in che cosa ero inciampicato. Ero inciampicato in un mortu, ma soprat- tuttu in un trainello, uno sfondapiede, un lacciòlo che m'a- vrebbe fatto moriri assufficato. Capii subito che quel cor- po era quello del parrino e mi misi a chiàngiri. Di raggia, di disperazione. Il delegato Spampinato ha scritto che lei avrebbe dichia- rato d'aver scambiato qualche parola con padre Carnazza pri- ma che morisse. Venie. E che lei alcune parole non le capì, altre invece sì? Veru è. Lei ha dichiarato che il moribondo disse, in modo com- prensibile: fu Moro cugino. Nonsi, la cosa non successe accussì. Io, sintendo dire la parola cuscinu, pinsai che volesse un cuscinu per la testa. Però nun saccio dire se in quel momentu u parrinu diciva cuscinu ca viene a dire cusscinu o cuscinu ca viene a dire cuginu. La differenzia di pronunzia me la spiegò il signor La Mantìa, il vicediligatu. Io pinsai che cuscinu fosse cugi- nu in quanto che sapìva che il signor Moro era cuginu del parrinu e canoscevo macari che tra il parrinu e il signor Moro c'era una grossa lite per una facenna d'eredità. Sapìva macari che il signor Moro ce l'aveva giurata a patre Carnazza. Accussì, mentre curriva a cavaddru verso la dili- gazione, feci due cchiù due fa quattru. E inveci non faciva quattru, come spiegò il vicediligatu La Mantìa. Perché secondo La Mantìa due più due non faceva quat- tro? In prìmisi, mi spiegò che una cosa è dire "fu moro" tut- to attaccato e un'àutra è dire "fu" puntini puntini "moro". In secùndisi, mi fece pirsuaso che "moro", in dialettu sicilia- nu, prima significa orno scuro di capelli, doppo significa afri- canu, doppo ancora significa voce di verbo e doppo doppo ancora cognomi. E per scansare il piricolo che una parola venga pigliata pi un'àutra ca io ora parlu sulu in dialettu. E per ciò lei si è convinto che dicendo "moro" il prete in- tendesse significare "sto morendo"? In altre parole: confer- ma o ritratta la sua accusa al signor Moro? Ma quannu mai! Confermo. U parrinu disse chiaramenti che a spararlo era stato so' cuscinu Moro. Mi deve accrìdiri, signor giudice: in tuttu chistu tempu passato ccà dintra, non haiu fattu che pinsari alle pareli del parrinu mentre ca mori- va... E sulamenti ora pozzo dichiarare che lui fu chiaru e iu inveci non capii. Tant'è veru ca pinsai, all'ultimu, ca m'avesse mannato a fare in culu, rispetto parlanno, dispiratu pirchì non lo capivo. E inveci non mi mannò a fare in culu. Non la mandò a fare in culo? Nonsi. E che le disse allora? Un mumentu e ci arrivu. Principiamu dal principiu. Quannu il parrinu si addunò ca io gli stavo allato, murmu- rio una parola che mi sonò, allura, comu "spaiatu". Che veniva a significari? Nenti. E quindi pinsai che avesse ma- lamente detto "sparatu". Ma che bisogno aveva di fari- mìllo sapìri quanno si vedeva benissimo che era stato spa- ratu? La voli sapìri una cosa, signor giudice? U parrinu non disse né spaiatu né sparatu. Fece un nome. Ah, sì? Quale? Spampinatu. Spampinato? La manu sul foco. Vangelo. Spampinatu. Il delegato?! Nun lu sacciu se il diligatu opuro so' frati Gnaziu. Il delegato ha un fratello di nome Ignazio? Sissignuri. E il nome so' era macari nella lista. Me lo fe- ce me' cuscinu il barberi. Quale lista? Quella degli amanti della signura Cicero. S'informasse. Secondo lei dunque il prete avrebbe fatto i nomi di Spampinato e di Moro? Di Spampinatu, di Moru e di... Vada avanti. Perché si è fermato? Pirchì ora veni u bottu grossu. Una bumma. Una can- nunata. U parrinu fici un terzu nomu, non mi mandò a fare 'n culu. Faccia questo nome. Fasùlo. Non "fa' 'n culo". Suvvia, non scherziamo. Non sto babbianno, signor giudice. Ci ho ragionato sopra doppo che il signor La Mantìa m'ebbe spiegata co- me funziona u nostru dialettu. Chiarissimamente patre Carnazza disse "ulo". Cognome. Se avesse voluto dire cu- lu, avrebbe detto "ulu". È semplici. Si rende conto di quello che dice? Lei vuole alludere all'avvocato Fasùlo? Io non alludo, riferisco. E a pinsàricci bonu, nun è una pazzia ca il parrinu facissi questo nome. Abbisogna calco- lari che macari lui è nella lista. Quale lista? Sempre quella degli amanti della signora Cicero che le fornì suo cugino il barbiere? Sissignuri. In quella lista c'è l'awocatu. S'informasse. S'appattàrono. Si spieghi meglio. Si misero d'accordu, Spampinatu e Fasùlo, per ammaz- zare il parrinu che gli aveva livàta la fìmmina e li aveva fat- ti cornuti. Anche il signor Moro era nella lista? Moro non c'era. Ma aviva centomila ragioni per spara- ri al parrinu. S'accodò. Rciru una specie di consorziu. Senta, Bovara, mi pare di ricordare che lei ha dichiarato al delegato Spampinato d'aver visto una sola persona che s'allontanava a cavallo dal luogo del delitto, Chistu non veni a diri nenti. A sparari sarà stato soia- menti unu, macari se lo sono giocato a paro e sparo chi doveva ammazzarlo, ma il parrinu aveva accapito tuttu e lo disse. Lei non ha riconosciuto l'uomo che scappava? Nonsi, signor giudice. Era di spaddri e già luntanu. Quindi lei sostiene che Spampinato, Moro e l'avvocato Fasùlo fecero un patto scellerato per uccidere don Carnazza? Precisamenti. Però... Continui. Però, continuanno a passarmi la mano supra la cu- scienza... Ebbene? Lu sapi com'è ca succedi, signor giudice? Ca unu par- la e riparla sempri di l'istissa cosa e cchiù ne parla e cchiù la cosa si acclarisce dintra di lui. A mia sta capitando accussì. Porsi il signor La Mantìa havi raggione. Quannu u parrinu disse "moro" voleva solamenti significari "staiu murennu". Sissignuri. Quindi lei restringerebbe il campo ai soli Spampanato e Fasùlo? Propio accussì. Purtroppo lei non ha testimoni. Supra a quello ca mi dissi u parrinu, testimoniu è Diu. Ma Dio non può presentarsi in Tribunale. E non ci sono nemmeno testimoni sul fatto che il cadavere sia stato tra- sportato dal posto dove lei dice d'averlo trovato a casa sua. Nonsi, testimonii in carni e ossa non ce ne sono. Lo vede? Però si potrebbe dimostrari lo stesso ca chistu traspor- to ci fu. Ah, sì? E come? La mia mantella. Sia più chiaro. Ora vegnu e mi spiegu. Il diligati! l'arriferì nel suo rap- porto ca iu ci dissi ca mi eru livatu la mantella per cummi- gliare il corpo del parrinu? Sì, questo l'ha scritto. Benissimu. Quannu turnai a la casa e inciampicai nel morto, La Mantìa e Spampinatu addrumarono i lumi. E iu, pur essendo strammàto e pigliatu dai turchi, vitti ca la mia mantella era sopra a una seggia. E lì è restata. Se qualichi- duno non è tornato doppo di noi a la casa e l'ha levata di mezzu... D'accordo, ma che importanza ha questa mantella? Se è veru che iu con questa mantella ci cummigliai il corpo del parrinu, la fodera della mantella, che è di culuri grigiu chiaru chiaru, si deve essiri pi forza allordata di san- gue. Se inveci le cose sono andate come sostiene il diliga- tu, e cioè che io l'ho ammazzato a casa mia, pirchì l'inter- nu della me' mantella, l'internu, badasse bene, dovrebbe essersi allordatu di sangue? E propiu all'altizza della ferita del parrinu? Provvedere immediatamente. Questo primo interrogato- rio finisce qua. Comu addesidera vossia. Ah, un'ultima cosa. Quando lei rientrò in casa, quella sera, la porta era chiusa a chiave? Nun l'arricordo. Mi pari che fusse chiusa e che raprii iu. Ma nun ha importanza. Perché? Pirchì allato alla porta c'è una finestra ca iu tegnu qua- si sempri aperta. Quella sera era aperta o chiusa? Nun lo ricordu. «Lei capisce, signor Bovara» fece il giudice susendosi «che dovrò interrogarla di nuovo. Lei, Impallomèni, mi vada a chiamare il delegato.» Il cancelleri niscì. Ma ci mise tempo assà prima che tor- nasse con Spampinato, il quale era giamo di faccia che pareva un pipirone ed era tanticchia sudatizzo. Dette un'occhiata carrica di raggia a Giovanni. E questi capì che il cancelleri aveva contato al diligalo quello che lui aveva detto al giudice. In matinata stissa, di questo ne era certo, gli awersari sarebbero stati informati della sua mossa. Toccava a lui e aveva giocato di cavaddru. Ora bisognava aspittare quale pezzo avrebbero giocato gli altri. Dovette fare uno sforzo per non far sparluccicare dagli occhi la sua contintizza. «La chiave dell'abitazione del signor Bovara è in suo possesso?» «Sissignore.» «La vada a prendere.» Il diligato niscì e tornò con in mano la chiave. La pruì al giudice. «Dopo l'arresto del signor Bovara, siete tornati in casa sua?» «Non ci è andato nisciuno.» «Cancelliere, cominci a leggere il verbale al signor Bovara. Lei, delegato, venga con me.» Niscìrono nel corridoio. Il giudice parlò a voce vascia: «Voglio che il Bovara sia immediatamente tradotto nel carcere di San Vito.» Il sudorizzo del diligato s'accentuò. «Posso sapere pirchì?» «Certo che lo può sapere. Per ragioni di sicurezza.» «Non è sicuro qua in diligazione?» «No, non lo è.» Spampinato si chiantò con ventotto, non se la sentì di fare altre domande. Aveva pinsato di travagliarsi ad òpira d'arte quel grandissimo cornuto di ragioniere appena che il giudice girava le spalle e fargli pagari d'avere messo di mez- zo suo frati Gnaziu e l'avvocato Fasùlo, scagionando quasi a don Memè Moro, secunno quanto gli aveva murmuriàto di prescia il cancelleri ch'era un so' lontanu parente. «Vada subito dal direttore e gli dica che dietro mio ordine, che confermerò per iscritto, il Bovara va messo in cella da solo. Non cella d'isolamento, sia chiaro, ma desi- dero che con lui non ci sia nessun altro. Lo so che San Vito scoppia, ma non so che farci. Vada. Ah, aspetti. Desidero dirle che dell'incolumità del Bovara lei sarà responsabile fino a quando non varcherà la soglia del carcere. Da quel momento in poi ne farò carico al signor direttore. Buon- giorno.» Spampinato restò paralizzato, le gambe gli si refutava- no di mettersi in movimento. Tutto questo veniva a signi- ficari che il giudice si era quasi fatto persuaso delle min- chiate di quel pazzo. Ma pirchì aveva fatto il nome dell'av- vocato Fasùlo? Che forse la cosa era cchiù grossa e a lui gli avevano contato solo la mezza messa? Finalmente arriniscì a caminare. Quanno la lettura del virbale finì, Giovanni lo firmò. Venne riaccompagnato in càmmara di sicurezza da La Mantìa. Gentilissimo, quasi ossequioso. «Impallomèni, si faccia spiegare dov'è esattamente la casa del Bovara.» Mentre il giudice acchianava in carrozza, il cancelleri disse allo gnuri: «Accompagnate il signor giudice a Vigàta. Dunque, doppo il ponte...». «No, Impallomèni, lei viene con me. Gli darà le spie- gazioni strada facendo.» Il cancelleri, dintra di lui, santiò tutti i santi possibili. Il diligato gli aveva raccumannatu di spiegargli meglio la facenna prima possibile. Pacienza. «Ma che, babbiamo?» fece arraggiato il direttore del càrzaro di San Vito. «Il signor giudice Pintacuda non lo sa come siamo combinati? Non lo sa che in una cella per quattro ci stanno invece nove pirsòne? Che crede, che sia- mo al grande hotel?» «Direttore, ognuno ci ha i guai so'» replicò cupo Spam- pinato. «Non lo posso tenere in una cella graziosa, pulita, dove ci stanno il cavaleri Pulvirenti, il suo socio Inghirò e il ter- zo socio Cardillo? Sono dintra per truffa aggravata, ma è gente perbene.» «Diretto, io le dissi quello che vole il giudice. Per il re- sto, è sua responsabilità. Io la saluto.» «Va beni, mi consegni questo Bovara.» Spampinato niscì dall'ufficio del direttore, ritrasì spingen- do avanti Giovanni, gli levò le manette, salutò, se ne andò. Giovanni si sentiva tranquillo e sirène. Nel breve viag- gio in carrozza dalia diligazione al càrzaro, Spampinato non l'aveva mai taliàto negli occhi, non gli aveva rivolto parola. Solo al momento di scìnniri dalla carrozza, oramà dintra al cortile di San Vito, l'aveva ammuttato forte. Sot- to la spinta, Giovanni era caduto affacciabbocconi. Una guardia l'aveva aiutato a susìrisi. «Capoguardia!» fece ad alta voce il direttore. S'appresentò il capoguardia. Era piuttosto picciotto, aveva la divisa pulita. «Questo è il signor Bovara, un carzarato di molto ri- spetto, a quanto si degna di farci sapìri il signor giudice Pintacuda. Vuole che stia in una cella da solo. Mi spiega come minchia facciamo?» Il capoguardia ci pinsò tanticchia. «Forse una soluzioni c'è. Ma m'abbisogna una mezzo- rata. Intanto io potrei tenerlo nel corpo di guardia.» «Fate come criditi megliu.» «Vènimi appressu.» Giovanni lo seguì. Principiarono a caminare lungo un corridoio diserto. Doppo qualche passo, il capoguardia rallentò e venne a trovarsi affiancato a Giovanni il quale sentì una specie di sussurrìo che in prima non capì da dove veniva. Tutt'inzèmmula si persuase che a parlare era il capoguardia: manco cataminava le labbra, una pirsòna distante un metro non l'avrebbe sentito. «Vossia è l'istissu Bovara ch'era ispettori capo ai molini?» «Sì.» Aveva cercato di parlari come l'altro, ma, mancando l'abitudine, quell'unica sillaba gli parse sparata come una fucilata. Il capoguardia fece in silenzio qualche altro passo, doppo riattaccò. «Havi bisognu di qualichi cosa? Carta, matita, sicarri...» «Nun haiu moneta, non posso pagari il favore.» «Non ho parlatu di moneta» disse l'altro. «Vossia lo te- nesse a mente, se navi di bisogno, chiama il capoguardia.» «Grazie» fece Giovanni, intronato. Gli stavano tirando un altro laccio? In quale nuovo trainello lo volevano fare cadìri? Oramà erano davanti alla porta del corpo di guardia. «Mi chiamo Caminiti» fece il capoguardia. «Mio patre ha sempre detto che vossia è un galantomo.» Ancora lunedì 15 ottobre 1877. «Quello la vera virità mi disse quanno che s'appresentò in diligazione! Il ragioneri tutta la santissima virità mi ven- ne a contare! E lei, egregio avvocato Fasùlo, invece mi pigliò due volte per il culu!» «Badasse a come parla, diligalo.» «La prima, facendomi crìdiri che non era stato don Memè Moro a sparare al parrinu datosi che don Memè si trovava pigliato da una botta di malaria e stava corcato nel suo letto...» «Calma, diligalo, calma!» «Calma sta minchia! E la seconda quanno avele spo- stato il catàfero del parrinu dalla trazzera alla casa del ragioneri per fare incolpare dell'omicidio il ragioneri istis- so! E io ci ho creduto che l'avesse ammazzato il ragioneri! La figura dello strunzo m'avele fallo fare! Ma chi ebbe questa bella alzata d'ingegno?» «Don Cocò.» «E mi compiaccio per la minchiata solenne!» «Spampinato, non pisciasse fora dal rinàie!» «Io piscio indove che mi pare e piace!» «Diligalo, la calma, in momenti come questi...» «Calma? Io appregai La Mantiìa, ch'è cchiù bravo di mia a parlare, di persuadlri il ragioneri che non poteva essere stato don Memè a sparare. E quello si mise a parla- re che pareva un profissore! La lezione, ci fece al ragione- ri! Vede, in dialetto si dice accussì, in dialetto si dice accus- sà... Quello la lezione se l'imparò e ce la sta mettendo nel culu para para!» «Diligato...» «Il ragioneri ha messo di mezzo a lei, ma lei può altissi- mamente stracatafottersene!» «Quindi siamo sulla stessa barca.» «Ma mi facesse il favore! Lei, su quella barca, è l'unico che non può annegare! Pirchì per lei c'è sempre pronto don Cocò che le getta il salvagenti!» «A quel salvagente ci si può aggrappare macari suo fra- tello.» «Macari? Ci si aggrappa lei! Pirchì me' frati deve esse- re messo in salvamento prima di tutti! Gnaziu in questa storia non c'entra un cazzo!» «Pirchì, io c'entro?» «Avvoca, lassarne pèrdiri! Glielo dico latinu: a me' fra- ti Gnaziu io in galera non ce lo mando! È innucenti come a Cristu!» «Diligato, nisciuno andrà in galera.» Il diligalo si susì dalla seggia, fece due o tre passi nella càmmara, inspirò profondamente, si assittò nuovamente. «Avvoca, il cancelleri m'ha contato non solo quello che il ragioneri disse al giudice nell'interrogatorio, e cioè che ad ammazzare il parrinu erano stati lei, Gnaziu e Memè Moro, ma macari quello che il giudice trovò nella casa del ragioneri. Vale a dire il mantello allordato di sangue dalla parte interna proprio come aveva detto Bovara.» «Questo non significa niente.» «Avvoca, può non significare nenti e può significare tutto. A secondo di comu il giudice vede la cosa.» «Ma a questo signor giudice la cosa non possiamo far- gliela vedere a modo nostro? Non possiamo parlarci?» «Nonsi, non si ci parla. Io lo conosco bene. E parlarci capace ch'è peggio. Io sacciu per sicuro che prima d'inter- rogare a Bovara si è incontrato diverse volte col procura- tore Rebaudengo.» «Minchia!» «Perciò questa storia dev'essere fermata subito, prima che arriva la ruvìna per tutti!» «Diligato, mi può aspittare una mezzorata qua nello studio? Tanto non deve venire nisciuno a trovarmi. Io vado a parlare con don Cocò e torno.» Doppo l'incontro con don Cocò, quanno che l'avvoca- to Fasùlo trasì nella càmmara del suo studio, si sentì man- care l'aria: Spampinato si era fumato quattro sicarri in trentacinque minuti. «Allura?» «Tutto sistemato. Don Cocò ha stabilito che ogni cosa deve essere sistimata senza danno per nisciuno.» «E comu?» «Diligato, torni in diligazione. È meglio che lei se ne resta fora.» «Posso sapìri come volete sistimari la cosa?» «No. Nel suo stesso interesse.» «Lei conosce già la mia opinione a proposito di tutta la faccenda» disse il procuratore Rebaudengo. «E io sono completamente d'accordo con lei» fece il giudice Pintacuda. «Non ho più alcun dubbio che il Bova- ra sia completamente innocente. Penso però che non sia il momento di scarcerarlo.» «Perché no?» «Vede, quando ho sentito che il Bovara faceva il nome del fratello del delegato Spampinato, mi sono preoccupa- to per la sua incolumità. E l'ho fatto trasferire nel carcere di San Vito. Non vorrei che, rimettendolo in libertà, faces- se la stessa fine dei suoi predecessori Tuttobene e Bendicò. Stavolta avevano deciso di toglierlo di mezzo con un piano raffinato: mandarlo in galera per un delitto non commesso da lui. Può darsi che, visto fallire il loro piano, decidano di ricorrere a sistemi più spicci.» Il procuratore taliò negli Occhi il giudice. «Lei crede a quello che le ha raccontato Bovara?» «In che senso?» «Nel senso che una triade composta da Moro, Spam- pinato e Fasùlo abbia deciso l'eliminazione del prete?» «Io? Se fossi scemo...» «Allora?» «Signor procuratore, io credo che in un primo momen- to il ragioniere Bovara abbia raccontato la verità e cioè che il prete gli ha mormorato che ad ammazzarlo era stato il cugino Moro, come era avvenuto. Poi, quando è stato lui stesso incolpato del delitto, ha abilmente modificato la sua versione, tirando in ballo il fratello del delegato e l'intoc- cabile avvocato Fasùlo, braccio destro di Nicola Afflitto, la vera mente di tutto.» «A che scopo?» «È stata una mossa disperata. Estremamente intelligente.» «Vale a dire?» «Vale a dire che noi, in questo momento, diventiamo come degli spettatori che assistono a un incontro sportivo. E ci conviene rimanere in questa posizione.» «Ho capito» fece Rebaudengo. «Purtroppo io non po- trò restare fino al termine dell'incontro. Dopodomani do- vrò andarmene. Mi scriverà il risultato finale?» «Ci conti» disse Pintacuda. Il sole se ne stava calando. Don Memè era assittato sopra una poltrona nella càmmara di letto. La pultrùna era assistimata proprio darre la persiana mezza chiusa, dimo- i doché don Memè poteva taliàre fora senza essere veduto. Ma il fatto era che non c'era proprio nenti da taliàre. Una volta aveva visto un coniglio sarvaggio che correva. La matina passava a salutarlo Aliquò che andava nello stazzo delle sue capre, l'istisso faceva doppo il tramonto quanno se ne tornava in paìsi. Il fatto d'avere ammazzato il parri- nu gli aveva fatto tornare pititto e salute. Doveva ancora portare tanticchia di pacienza; due jorna avanti era venuto Sciaverio da parte dell'avvocato Fasùlo: questione di poco e avrebbe nuovamente potuto farsi vidìri in paìsi. Il ragio- neri, gli aveva mandato a dire l'avvocato, era sempre in ga- lera e c'erano bone spiranze che ci sarebbe ristato per tut- ta la vita. Fu proprio mentre pinsava a Sciaverio che lo vide comparire a cavaddro nel baglio. Sciaverio smontò e taliò in alto, verso il finestrone della càmmara di letto. «Qua sono, Sciavè.» «Ci devo parlari, don Memè.» «Acchiana.» Sciaverio trasì nella càmmara, allargò le vrazza e fece con voce festevole: «Fatta è!» «Che viene a dire?» spiò don Memè, susendosi dalla pultrùna. «Viene a dire che u judici stamatina interrogò al ragio- neri e si fece pirsuaso che fu iddru ad ammazzare a patre Carnazza. Tutto come aveva detto don Cocò.» «Ah, Signuri, ti ringraziu!» fece con la bocca che gli tri- muliàva per l'emozione don Memè. E doppo spiò: «Allura posso tornari in paìsi?» «Ora stissu.» «Maria, che bello! Chiuso qua in campagna mi pariva d'essiri in càrzaro!» «Ah, c'è una cosa» fece Sciaverio. «Il revòrbaro, mi disse l'awocatu, non se lo deve portare appresso. Per il sì e per il no. Lo classi a mia che ci penso iu a farlo scumpa- rire.» Don Memè raprì il cassetto del commodino, pigliò l'ar- ma per la canna, la pruì a Sciaverio. «Carrica è?» «Certu» arrispose don Memè. Sciaverio gli appoggiò la bocca del revòrbaro alla tem- pia destra e tirò il grilletto. Il corpo di don Memè cadì sul letto a panza all'aria, le braccia in croce. Sciaverio gli mise l'arma nella mano dritta e si tirò narrè di due passi a talià- re meglio l'opra sua. Gli parse perfetta. Allora pigliò dalla sacchetta il biglietto scritto a stam- patello che gli aveva dato l'avvocato Fasùlo e lo posò a bel- la vista sul comodino. Il biglietto faceva accussì: "Io ammazzai il parrino. E fui io a portare il morto in casa del ragioniere Bovara per fargli cadere sopra la colpa. Ho fatto da solo. Ora mi pigliò il rimorso." Il capoguardia Caminiti raprì la porta della cella. «Venisse con mia. Il direttori ci voli parlari.» Giovanni si susì dal paglione; si mise appresso al capo- guardia. Doppo aver caminato un pezzo, arrivarono nel corridoio longo. «Lo sapi pirchì il direttori la voli vidìri?» «No.» «Ci lo dico io. Ora ora arrivò l'ordine di scarcerazione immediata.» Giovanni non fece una piega, continuò a passo normale. «Mi sentì?» spiò Caminiti parlando tanticchia più alto del solito sussurro. «Sì.» «E non è cuntentu?» «Lo sapevo già» disse Giovanni. Aveva vinto la partita. Gli altri avevano calato il re in segno di resa. Quello che ancora gli contò il capoguardia, il suicidio di don Memè, il biglietto con la confessione, non gli fece né friddu né càvudu. Passando davanti alla porta dell'ufficio del procura- tore, il giudice Pintacuda notò in basso una lamella di luce. Tuppiò. «Avanti.» Trasì. Il procuratore stava mettendo alcune carte dintra a una valigetta. «Come vede, sto sgombrando. Domani mattina darò le consegne al mio successore che è già arrivato.» «Lo sa? Ho fatto scarce...» «L'ho saputo» disse Rebaudengo. «La notizia si è spar- sa in un battibaleno. Ha fatto bene.» «Non potevo agire diversamente, dopo il suicidio, la confessione...» Il procuratore lo taliò negli occhi. «Lei ci crede che si sia suicidato?» «Io? No.» «Nemmeno io. Perché il bigliettino di spiegazione, a quanto mi hanno riferito, è scritto a stampatello e non è fir- mato? Hanno voluto fare la loro mossa, apparentemente hanno dovuto dare partita vinta all'avversario. A questo punto della partita, però, l'avversario non è più Bovara.» «E chi ci sarebbe al suo posto?» «Noi, amico mio, e lei lo sa benissimo. Però io sono sta- to squalificato, in campo rimane solamente lei. Ad ogni modo consideri che si tratta di una partita difficilissima. Mettiamo che lei impugni l'autenticità del biglietto e le perizie le diano ragione. Che fa?» «Sinceramente non lo so.» «Vede? Mettiamo, per pura ipotesi, che lei scopra una traccia che porti agli altri due che, secondo Bovara, sono implicati nell'omicidio. Bene, per fermarla prima che lei proceda oltre, le offriranno su un piatto d'argento il fratel- lo del delegato, Ignazio mi pare che si chiami.» «Ma il delegato non ci starà a far condannare, o alme- no implicare, il fratello. Si ribellerà!» «Non ne avrà modo, amico mio. Devo essere io, uomo del Nord, a dire a lei come andranno le cose? Se minima- mente s'accorgono che lei si sta orientando sul nome di Ignazio Spampanato, questo significa la morte del delegato.» «Gli sparano?» «No. Muore eroicamente in un conflitto a fuoco con dei briganti. E se lei va ostinatamente avanti e se avviene il miracolo di non essere stato intanto trasferito altrove, il successivo nome nel quale s'imbatterà sarà quello dell'av- vocato Fasùlo... Stia tranquillo: se lei sarà così bravo d'in- chiodarlo per l'omicidio di don Carnazza, questo, dopo appelli e contrappelli, glielo lasceranno fare. Fasùlo glielo daranno in pasto. Uscirà di scena accusato dell'omicidio del prete. E lei, che apparentemente ha vinto la partita, avrà in realtà perso.» «Ma che dice?» «Eh, sì. Perché la loro necessità è quella di tenere rigo- rosamente divisa la mia inchiesta dalla sua. Chi c'è dietro a tutto questo, e il nome non glielo faccio perché lei lo cono- sce benissimo, butterà a mare il suo braccio destro. E quando lei l'accuserà di essere il mandante, o quello che risulterà, dell'omicidio Carnazza, lui sarà pronto a un pub- blico comunicato: delle torbide mene di una persona della quale ciecamente si fidava egli non ne sapeva niente, è sta- to ingannato, tradito. Dichiararsi vittima di un tradimento è sempre una mossa vincente, sa? Purché i suoi interessi economici siano salvi, è pronto a tutto. Guai se dovesse sci- volare sulla buccia di banana di un omicidio.» «Allora è inutile, secondo lei, andare avanti?» «Non ho detto questo. Dico semplicemente che tanto lei quanto io rischiamo d'arrivare, al massimo, a una verità parziale. Be', è sempre meglio che nessuna verità.» «Questo lo credo anch'io. E mi auguro che il suo suc- cessore...» Il procuratore sbottò in una risata. «Chi?» «Come, chi? Antonio Lacalamita.» Il procuratore continuò a ridere. «Ma lei lo conosce?» spiò il giudice Pintacuda. «Non ho l'onore. Ma lei ha letto quello che ha scritto un giornale dell'isola e del quale mi risulta che l'Afflitto è azionista?» «M'è sfuggito.» «Ha scritto che il dottor Lacalamita è persona di spic- cate doti di prudente equilibrio. Questa frase, che dalle parti mie ha un preciso significato, da queste parti ne ha un altro. Non è così?» «È così» ammise amaro il giudice Pintacuda. Calò silenzio. Doppo tanticchia, Pintacuda murmuriò qualche cosa che il procuratore non capì. «Non ho sentito bene» disse. «Niente, non vale la pena» fece il giudice. Aveva invece detto: "Meno male che lei è fortunato e se ne va". Però si era vrigognato del pinsèro. «E allora, che pensa di fare?» seguitò, spietato, il pro- curatore. «Fingerò di credere alla confessione» rispose il giudice quasi a se stesso. Non ce la faceva a isare il tono della voce. «Fino a quando?» «Fino a quando non m'inventerò una mossa giusta da fare. Questo Bovara m'ha insegnato qualcosa» concluse il giudice Pintacuda. Fora dal càrzaro, Giovanni capì che non ce l'avrebbe fat- ta a tornare subito nella casa di Vigàta. Imboccò via Atenea per andare a passare almeno la prima nottata all'albergo Gellia. Scurava, i lampioni erano accesi e in giro c'era pochissima gente. Ma i tre immancabili picciotteddri vestiti da omini c'erano. Al vederlo si scappellarono, inchinandosi. «Bonasira, ragioneri» disse uno dei tre. «Bonasira» ricambiò Giovanni, pigliato di sorpresa. Poi si spiegò la ragione di quel saluto. Certamente a co- noscenza della faccenda, avevano voluto onorare il vinci- tore. Macari il portiere dell'albergo fu cordialissimo. Pri- ma d'acchianare nella càmmara che gli era stata assegnata, Giovanni spiò se era possibile fare un bagno a quell'ora. «Per lei, questo e altro, ragioniere! Tempo una mezzo- rata la farò chiamare.» Si stinnicchiò sul letto con tutte le scarpe. E subito sentì tuppiàre insistentemente alla porta. «Il bagno è pronto.» Si rese conto d'essersi addormentato di colpo, come Ìl soffio sulla fiamma di un lume. Chiuse la porta del cam- marìno da bagno, s'infilò in acqua nella vasca di zinco e di subito si riaddormentò. S'arrisbigliò che l'acqua era diventata fridda. Ma a far- lo nèsciri dal sonno era stato come un raspare leggio alla porta. «Chi è?» «Caminiti sono, ragioneri.» Non era la voce del capoguardia, ma quella di suo padre, l'usciere. «Apro subito.» Fece per mettersi le mutande, ma al solo vederle quant'erano lorde, come del resto il vestito gettato in ter- ra, si sentì pigliare dalla nausea. Si arrotolò un asciucama- no intorno al corpo, andò a raprìre. Caminiti stava davanti a lui rigido, impalato. «Caminiti, che bella sorpresa!» L'usciere tirò su col naso, si passò il dorso della mano mancina sui baffi. Doveva essere commosso. Nella mano dritta teneva un pacco. «Me' figliu mi dissi ca l'avivano lassatu in libbirtà... Pinsai ca stasira comu stasira se ne veniva a dormiri all'al- bergo... e ci portai mutanni, maglia, cammisa, quasette e vistitu di me' figliu che è quasi quantu a vossia. Si li pò mèttiri senza vrigogna, è robba pulita.» Giovanni allungò le vrazza e strinse il vecchio. «Grazie» riuscì a murmuriare. «Si vistisse» disse Caminiti. «lu minni vaiu e ci augurio la bona notti. Ah, ci voliva dire che sotto c'è u dutturi Bor- zacchini, u segritariu di l'intendenti.» «E che vuole?» «Nun lo sacciu. Ci deve parlari.» Si rivestì pigliandosela còmmoda. Quanno scinnì per andare al ristorante, nell'atrio, assil- lato su una poltrona, c'era Augusto Borzacchini. Il quale, a vederlo, si susì di scatto, s'aggiustò la cravatta, si diede una tiratina alla giacchetta e gli pruì la mano. Giovanni fece finta di non vederla. «Lei non può immaginare la nostra felicità appena all'Intendenza abbiamo saputo...» «Lasci perdere. E mi dice che vuole da me.» Per un attimo, ma solamente per un attimo, Borzacchini parse imparpagliato. Subito ripigliò l'appiombo. «Il signor intendente, lo sa? ringraziando il Signore, si è completamente ristabilito e da due giorni ha ripreso ser- vizio.» «Ah, sì?» «E mi ha dato una lettera per lei.» La tirò fora dalla sacchetta, la pruì a Giovanni. «Dica all'intendente che domattina sarò in officio.» Borzacchini si diede una tiratina alla giacchetta, s'ag- giustò la cravatta, tussiculiò portandosi una mano davanti alla bocca. «Che c'è?» «Se lei vuole usarmi la cortesia di leggere la...» «Lei sa quello che c'è scritto?» «Sì.» «Me lo dica.» «Ecco... anche in considerazione delle traversìe alle quali è stato ingiustamente sottoposto... il signor inten- dente le concede un mese di licenza a partire da domani stesso... Intanto si premurerà di sottoporre un quesito al Ministero... lei capisce, un'ipotesi d'incompatibilità non è da scartare... ripeto, è solo un'ipotesi...» «Passerò lo stesso. A prendere qualche cosa di perso- nale che ho lasciato nell'officio.» «Nell'officio non c'è più niente di suo. Il signor inten- dente in persona ha voluto accertarsene. Torno a ripetere: sarebbe imbarazzante per tutti se lei domattina venisse in Intendenza.» Senza dire niente, Giovanni strazze la littra e gli infilò i pezzetti nella sacchetta. Si consolò, al ristorante, con quattro triglie di scoglio in brodetto. Catalogo dei sogni. Appresso, chi prima e chi doppo, per tutti arrivò l'ora d'astutare il lume, corcarsi nel letto, chiudìri gli occhi, pigliare sonno e principiare a fare sogni. Dormiva don Cocò e sognava di stare dormendo e si vedeva da lui istisso nel mentre ca dormiva comu se fosse stata un'altra pirsòna. Si taliàva appinnicato sopra a un tro- no tutto sparluccicante di oro e pietre priziose dintra a un cammaròne che manco una piazza d'armi. Lui era vistùto con una tunica rossa bordata d'oro e sopra un mantello tutto arriccamato di stiddre, suli, pianeti. In testa portava una curuna accussì luccicanti ca la genti non la putiva talià- re senza ripararsi gli occhi. Tuttu 'nzemmula l'arrisbigliò una voce potente: «Cocò Afflitto!» «Eh?» spiò raprendo gli occhi. Ai piedi del trono ci stava un tizio con un vastone da picoraro, vistùto con una specie di sacco tutto pirtusa pir- tusa. Tarlando meglio, si addunò che quell'uomo era lui istisso. «Ricordati» fece quello che pariva un pellegrino «come io sto ora davanti a te! Guardami comu mi vorrebbero ridurre! Pòviro e pazzo! Ma tu devi difendermi! Abban- dona i loro figli alla caristìa, falli cadere sotto i colpi della tua spata! Le loro fìmmine devono ristare senza figli e vìdove, si devono sintìre dalle loro case solo lamenti e gri- da di disperazioni! Essi hanno scavato la fossa per pigliar- mi, hanno tirato lacci ai me' pedi!» «E c'era bisognu d'arrisbigliarmi per dirmi queste cose che saccio?» fece don Cocò riappisolandosi sul trono. Il cavaliere Antonio Lacalamita, arrivato a Montelusa da Catania per sostituire il procuratore del re Rebauden- go, si era corcato subito, stremato dal viaggio. Sta so- gnando di voler trasìri nel palazzo della Legge, ma da- vanti c'è un guardiano che gli dice che ora come ora non può farlo. «E cchiù tardi?» fa Lacalamita. «Può darsi» risponde il guardiano. La porta del Palazzo però è aperta e Lacalamita si sforza di taliàre all'interno. Il guardiano si fa una bella risata. «Se tiene tanta gana di trasìri, trasìsse pure a malgrado del mio no. Però, abbadasse: io, che sono potente, sugnu l'ultimu di tutti li guardiani. Davanti a ognuno dei trecen- to saloni, ci sta un guardianu, e unu è cchiù potenti di l'au- tru. lu stissu, arrivatu davanti a lu terzu guardianu, già nun lo pozzu manco taliàri in faccia.» "Ma alla Liggi non ci si dovrebbe sempri arrivari?" si spia il procuratori Lacalamita cchiù confusu ca pirsuasu. «Preferisco aspittari» dice però al guardianu. Allura il guardianu piglia uno sgabello e l'assistema vi- cino alla porta. Il procuratore ci si assetta. E in quel mo- mentu capisce che su quello sgabello ci avrebbe passato misi, anni, vita. Sciaverio non sapi di non aviri mai fattu un sognu tutto di filatu, con un principio o una fine, macari se si tratta di prin- cipio e di fine alla manera dei sogni che non patiscono logica. Nenti. Lui talìa solamente cose che in sogno gli spuntano davanti per tanticchia e doppo scompariscono nello scuro. Una manu di fìmmina. Una cacca di cani a forma di circolo. Scuro. Un friscalettu di canna. Una vucca d'orno ca vòmmita sangue. Un pezzu di spacu longo una ventina di centimetri. Un ovo. Scuro. Un occhio ca si rapre e si chiude. Una petruz- za tonda e liscia come a quelle che si trovano vicino all'acqua. Scuro. Scuro. Scuro. Un sicarro astutato. Un tappo. Giovanni o l'è lì ch'o s'assunna che l'è ancou neutte, ma le o l'è in scià coverta do barco e inte 'n momento, co- o cheu ch'o ghe picca forte, o comensa a vedde Zena lon- tann-a fra i monti scùi e a marinn-a, tagnà de feugo ch'a tremma pòsa in sce l'aia do ma... Macari il procuratore Rebaudengo stava sognando d'essere sul ponte di una nave. La costa della Sicilia era o- ramai una striscia sottilissima che appena si distingueva, un tratto sempre meno marcato a dividere mare e cielo. E proprio nell'attimo che non la distinse più seppe, lucida- mente, di avere amato quella terra e che prima o poi ci sarebbe tornato. Si svegliò. «Mi ci romperò la testa» disse a voce alta. Il giudice istruttore Giosuè Pintacuda, senza sapìri né pirchì né pircomu, si era venuto a trovare proprio in mez- zo a una battaglia. Si sentivano voci e sparatine da ogni latata. Il bello è che lui, pur sapendo benissimo da quale parte stava e chi fosse il nemico, non aveva ricevuto ordini precisi su quello che doveva fare. Perciò l'unica era porta- re pacienza e aspettare. Stava stinnicchiato in terra, con un fucile tra le mani. Era certo che avrebbe dovuto prima o doppo sparare. Intanto, cchiù forte dei colpi e delle grida, sentiva il suo cori che batteva contro il terreno coperto da aghi di pino. L'intendente di Finanza, La Pergola commendator Feli- ce, sognò d'arrisbigliarsi di matina e di trovarsi trasformato, nel suo letto, in un enorme, làidu scrafagliu. Riposava sulla schina dura come corazza e, isando tanticchia la testa, vidiva la sua panza arcuata, scura e come tagliata in tanti segmenti ricurvi. Le gambe inveci erano addiveniate numerose e fini fini e trimoliàvano continuamente in una agitazione confusa. «Che mi capitò?» si spiò. Ma capiva che quel sogno non era propiamente un sogno. Da darre un muro spuntò uno con la testa fasciata, avi- va macari il vrazzo mancino attaccato al collo con una pez- za bianca. Nella mano dritta teneva un revòrbaro. L'avvo- cato Fasùlo l'arraccanoscì. «Baciolemani, don Cocò.» «Salutarmi, Fasù» disse don Cocò. Sempre da darre il muro venne fora Sciaverio. Macari lui aveva un revòrbaro in mano. «Posso essiri d'aiuto?» spiò l'avvocato. «Non c'è cchiù bisogno» arrisponnì don Cocò. Sciaverio isò il vrazzo armato e gli sparò. Fasùlo sentì una gran botta in mezzo al pettu e principiò a cadiri, cadì- ri senza fine. S'arrisbigliò sudatu. Era una camurrìa, stu sognu ricorrente. Il cavaleri Brucculeri, il ricevitore postale, sta nuotan- no alla dispirata in un oceanu di calze di fìmmina nìvure, di giarritteri, di mutanne arriccamate che sanno di zagara, di cammìse da notti di sita, di fodette bianche adorose di gersomìno, di spilli di nurrizza, di spinguluna dorati, di collane di perle, d'arecchini d'oro e petre priziose. Ora gli si para davanti un mare di reggipetti da traversare e lui capisce che non ce la può fare, ci sprofonnerà dintra, assuf- ficato. Però ora si trova a dare vrazzate in qualichi cosa lìquita che non è acqua di lagu o salata, ma una massa lat- tiginosa, impiccicatizza. Si adduna in quel momentu che so' mogliere, nuda, fa il morto a panza all'aria. «Ma che è sta cosa?» spia indicando il lìquito. «È tuttu spacchiu di patre Carnazza» gli arrisponde quella, beata, galleggiando. So' soro s'è bivùta una tazza grossa di decuttu di simen- za di papaveru pirchì ha addeciso di farsi una bella dormiti- na. E Pinuzzo ne ha approfittatu per infilarsi nel lettu della cognata. Si sono goduta una gran ficcata. Ora donna Trisìna Cicero dormi sola, e respira a leggio a leggio e il sciato tra le so' labbra diventa una specie di musica duci duci, un canto d'àngilu. Durmennu, Trisìna torna a essiri 'nnuccenti. Il sonno accomencia a carizzarla come una mano di màscolo, prima in mezzo alle minne, doppo sulla panza, sulle natiche, in mezzo alle gammi. Appresso, prima di pigliarsela tutta, u sonnu le mette dilicatamente una benda rosa davanti agli occhi. E Trisìna, per tutta la notte, solo quella vede. Fine. NOTA. "A Barrafranca due giorni fa furon tirate due fucilate in campagna a un prete ricco, corrotto, prepotente, odiatissimo in paese. Circa 60 metri lontano dal luogo dove cadde il pre- te stava un torinese venuto in Sicilia da pochi giorni come ispettore di molini (macinato). Questi voltava la schiena al prete. Al rumore delle fucilate si voltò e corse verso il prete il quale prima di morire gli disse: 'M'ha assassinato il tale, mio cugino. Il torinese montò a cavallo e corse al paese a raccon- tare il fatto alla stazione dei carabinieri... e sulla sua strada a tutti raccontava l'assassinio e la rivelazione dell'assassino. Il prete aveva da 12 anni una lite col cugino che l'assassinò, vi era fra loro forte inimicizia; 24 ore dopo era stato arrestato come presunto autore dell'assassinio il torinese stesso e fra i testi- moni a suo carico era il cugino stesso assassino del prete e tut- to il processo s'informava su questa via mentre il paese intero e i comuni circonvicini diceva sotto sotto chi era l'assassino." Questo è l'episodio, raccontato da Leopoldo Franchet- ti nel suo Politica e mafia in Sicilia scritto nel 1876, ma pub- blicato nel 1995 (Napoli, Bibliopolis), che è alla base del mio libro, una farsa tragica. A parte quest'episodio, tutti i personaggi e tutti i fatti sono inventati di sana pianta.